«Eh altro!» fece il galantuomo.
Il sagace sior Toni n'ebbe abbastanza; l'amico era certo un complice. In quel punto la compagnia della Stella fece rumorosamente irruzione nell'osteria. Il sior Toni si alzò, pregò il maestro di aspettarlo un momento, andò a parlare con l'oste che sapeva avere una carrettella, gli ordinò di far attaccar subito onde condurre un forestiero a Vicenza.
«E se nol paga lu» diss'egli «pagarò mi». Poi tornò dal maestro e gli partecipò che essendo la canonica assai lontana aveva ordinato all'oste una vettura, che le istruzioni al cocchiere erano date bene, proprio bene, senza pericolo di sbagli, che lui doveva tornare immantinente a casa e che gli augurava la buona notte. Ciò detto se n'andò in fretta, lasciando il tenente alquanto sbalordito e incerto.
Il tenente stette un quarto d'ora ad aspettare la carrettella sulla porta dell'osteria. Dopo un altro quarto d'ora di viaggio per la nuda e gelida campagna, non vedendo nè case, nè chiese, interrogò il vetturino e dovette, suo malgrado, persuadersi che il perfido Mefistofele lo aveva spedito a Vicenza. Furibondo, ordinò di fermare. Passava una frotta di ragazzi cantando in onore della stria. Uno di loro si accostò alla carrettella e gridò sul naso del viaggiatore:
De Pasqua un bell'agnèlo,
De carnevale un bel porzèlo,
De Nadale un bel capòn,
Buona notte sior paron.
«Va all'inferno!» rispose il tenente. Voleva ritornare in dietro, castigare quel birbante, ma poi riflettendo, capì che sarebbe stato uno sproposito e ordinò rabbiosamente di proseguire.
«Mefistofele» che si era accontentato di veder la carretta uscir dal villaggio e prendere la via di Vicenza, andò poi a casa più frettolosamente che potè. La siora Nina era a letto, ma la siora Gegia e la Nana lo aspettavano in salotto. La siora Gegia aveva lavorato in calza tutto il tempo con una faccia molto seria, senza rivolger mai la parola a sua nipote, che intanto, desiderando pure di evitare il dialogo, aveva letto il giornale e suonato il piano.