— La venererò, Sire — rispose Heribrand.
Prese congedo.
Nell'uscire gli sovvenne degli occhiali che aveva lasciati sulla scrivania, ritornò indietro, e nella fretta del riprenderli, urtò involontariamente con la manica il piccolo vaso antico che si capovolse lasciando cadere a terra la rosa. Il generale si chinò, con una esclamazione di dispiacere, a raccoglierla; e, brancicando sul pavimento, invece di pigliare il gambo, pigliò il fiore. Lo rimise a posto presso che incolume; solo un petalo, dei più aperti, n'era rimasto sgualcito e quasi staccato.
S. M. vide tutto e non si mosse, non disse parola. Il suo sentimento poetico della perfezione, la sua raffinatezza femminile si offendevano incredibilmente di ogni goffaggine, di ogni menoma distrazione altrui. Gli si sarebbe guasta l'ammirazione per un uomo d'ingegno vedendogli scotere sul tappeto la cenere d'una sigaretta, e la più seducente signora avrebbe molto perduto del suo fascino, se, parlando con lui, si fosse versata sull'abito una goccia di thè. Quando Heribrand fu uscito il viso del Re si colorò di malcontento. La vista di quella foglia cadente, di quella rosa brancicata gli dava fastidio. Prese il fiore, ne trasse il bocciuolo interno e gettò il resto sulle brage del caminetto. Poi, ripensando al colloquio recente, quel fastidio gli si mescolò, nella memoria, alla figura e alla voce del generale, ne rese ancora più sgradite le parole severe e meno gradite le affettuose; tanto che sentendo crepitar la rosa sulla brage, odorandone la lieve fragranza resinosa diffusa in aria e vedendovi balenare sul nero le ultime faville, ripensò di proposito a quel caso e gli venne il sospetto che vi fosse stata intenzione. Lo cacciò subito, era un sospetto troppo ignobile; ma gliene rimase questa spiacevole idea che la sbadataggine del generale fosse stata offensiva. E in pari tempo, questo intenso desiderio sorse nel suo cuore: oh se fosse venuta lei invece di mandar la rosa, se entrasse adesso, se l'avessi qui, almeno fino a giorno, prima di pensare alla politica!
Si strinse poi sulle labbra un foglietto, la lettera venuta col fiore; sulle labbra, sul cuore, sulla fronte, come per illuminarsi la mente con l'amore; poi sulle labbra ancora, più forte di prima. Il sottile profumo della carta, l'odor di mughetto caro alla principessa lo faceva palpitar di passione, gli annebbiava il cervello. Mise un profondo sospiro come in cerca d'aria e di vita e rilesse la lettera che diceva:
«C'est arrivé, donc! Du courage, Sire, faites votre devoir; ce sont vos amours qui Vous en supplient. Je souffre, mon ami, car je t'aime comme une folle et je voudrais venir me jeter dans tes bras. Je ne viendrai point, jamais je ne saurais m'en arracher! Je t'envoie une rose pour le vase d'albâtre, tu sais, pour le charmant petit vase aux larmes, qui lui convient. Elle en a eu, de larmes. Et de baisers, donc! Elle est heureuse, pourtant, de passer la nuit avec toi et de mourir demain.
«Adieu, Sire. Si Votre choix est arrêté, faites-le-moi connaître bien vite. N'éteignez pas de la nuit Votre lampe; je comprendrai que M. Lemmink sera ministre. Je la vois de ma chambre, Votre lampe, à l'aide d'un binocle. C'est mon étoile, elle n'aura jamais été si pure, si haute!
Victoria.
L'odor di mughetto gli aveva ridato nella fantasia il corpo della principessa e queste paroline scritte in fretta, a grandi tratti impetuosi, tutte inclinate come da un soffio di passione, gliene ridavano l'anima. Già inebriato, si sentì nella coscienza domandar debolmente se non fosse male di lasciarsi trasportare così, di smarrire, in un desiderio di amore, ogni calma e ogni forza quando più ne aveva bisogno. Si rispose ch'era dolce perdersi a quel modo, che forse l'amore lo avrebbe ispirato meglio; e fece tacere con un colpo di volontà, la debole voce molesta.
Adesso fu nel ritratto di lei che volle affissarsi, negli occhi pieni di dolcezza e di fierezza che lo guardavano da quel noto viso, più signorile e delicato che bello, chiuso nel capriccioso disordine d'un velo nero. Quindi, sentendosi ardere, aperse il balcone a mare e uscì fuori nel vento rigido, nel fracasso cupo, misurato delle onde che si rovesciavano sulla scogliera. La luna era nascosta fra le nuvole; però l'isola Sihl si vedeva benissimo, nera, a breve distanza. Il vento freddo ristorò un poco il Re, ma le tenebre, per la loro virtù demoniaca di oscurar nell'uomo il sentimento del futuro e di esaltargli i desideri amorosi, cospiravano coll'isola Sihl. In quel luogo, in quell'ora le combinazioni politiche parevano al Re niente, e l'amore tutto. Dopo cinque minuti rientrò nel gabinetto, si giustificò, per parere onesto a sè stesso, di ciò che stava per fare sfiorando rapidamente col pensiero gli argomenti malfermi che ne aveva, gl'impegni del ministro, l'impero del Nord, e, posto un dito sul bottone elettrico, senza voler più riflettere, spinse.