Infatti, non proprio nell'entrare ma poco dopo, girando la stanza con gli occhi, il generale aveva scoperto sopra una mensola, di fianco a un grande stipo, il lagrimatoio d'alabastro di Volterra che aveva questo fiore misterioso.
— Ecco — disse il Re, andando a pigliare il vasetto antico.
Era un'opulenta, magnifica rosa, allentata e come languente nei petali più esterni e chiari, appena socchiusa nel denso cuore con una voluttuosa espressione d'invito.
— La conosco — disse Heribrand, odorando il fiore. — Amo anch'io le rose. È la France. Magnifica! Meglio allearsi a questa Francia qui che all'altra. L'altra ha troppe spine.
Odorò il fiore, si avvicinò al Re, e gli parlò per un quarto d'ora, mostrando l'inopportunità dell'alleanza francese con parola chiara, calda, convincente.
— E se pigliassi Lei, generale? — disse il Re, sentendo di piegare, aggrappandosi a Heribrand per non cadere a Lemmink, i cui modi rudi gli erano intollerabili.
— No, Sire — rispose il vecchio — io sono troppo impopolare, sono troppo amico di tante cose passate, e poi non sarei più indulgente di Lemmink colle rose parlanti. Bisogna chiamare lui.
— Le giuro che non sapevo il nome di quella rosa! — esclamò il Re con impeto — e Lei è sicuro che sia la France? Ci pensi!
E si mise a camminare su e giù, a capo chino, dall'uscio al caminetto, ripetendo macchinalmente ad ogni tratto «ci pensi!» mentre il generale protestava di esserne sicuro. Finalmente gli si fermò davanti e gli stese la mano dicendo:
— Credo che Lei, domani, sarà contento di me. E allora spero che sarà contento pure della principessa, non è vero?