—Senti—gli rispose sua moglie—aiutami. Il nostro amico preferisce la donna nella letteratura inglese e io preferisco la donna nella letteratura tedesca. Cosa pare a te?
—A me pare—rispose con mansuetudine filosofica il signor Steele—a me pare di preferir la donna fuori da ogni letteratura.
Noi si rise e la signora fece una spallata.—E a te, Violet?—diss'ella—Cosa pare a te? Dimentica per un momento la tua patria e dì quel che senti.
—Ho la mia opinione—rispose Violet—e non so fare bei discorsi. Non sono letterata—soggiunse sorridendo—non so che scrivere il mio nome qui.
E trasse a sè l'albo dei visitatori di Molkencur che ci avevano portato poco prima. C'era una colonna per il nome, un'altra per la patria; Violet vi scrisse invece del proprio il nome fantastico di una donna immaginata da me e vi pose accanto l'altro dolcissimo nome: Italia. Gli Steele avevano già scritto nell'albo al mattino ed io solo vidi l'amoroso pensiero di Violet. Non ne parlai, non ne avrei parlato a ogni modo quand'anche Violet non mi avesse fatto cenno di tacere; sentivo bene che questo doveva restare tra lei e me, ch'erano solo due parole d'amore, forse fra le più tenere possibili e pie. Io fui tanto felice che lasciai la signora Emma interamente padrona del campo.
Quando scendemmo la luna sorgeva sulle alture boscose del Königstuhl. Violet volle far la discesa a piedi, appoggiata al mio braccio. Un suono lontano di campane dalla città andava e veniva col vento, il cuculo cantava nei boschi cui la luna radeva le vette agitate. Gli Steele ci precedevano ridendo tra loro e io dicevo a Violet la commozione provata nel leggere il suo nuovo nome, la sua nuova patria. Ella mi strinse forte il braccio senza rispondere, e perchè passavamo allora nell'ombra di un gran castagno era ben naturale che la mia fata mi ricordasse nel modo più dolce i versi fatti per lei:
Forse ne l'ombra più nera
Le fini labbra conosco.
XL.
Io le dicevo tutti i miei pensieri, tutti i movimenti buoni e cattivi dell'anima mia con la stessa sete di sincerità, per così dire, che avrei dovuto provare parlando a Dio, Quanto più era penoso e umiliante per me di confessarmi a lei, con tanto maggior ardore lo facevo. Se talvolta ho dubitato di un atto o di un pensiero che fossero o non fossero riprovevoli, mi bastò sempre a chiarirmi di ogni dubbio e mi basta ancora il giudizio recatone dentro a me da quella invisibile Violet che sempre fu ed è nella mia coscienza; giudizio sicuro e severo, ben più severo di quello che ne recava la Violet esterna, visibile. Pensando a ciò mi colpì un'analogia singolare e ne vennero questi versi composti sul battello a vapore, andando a Magonza:
Nel mio mortal tu vivi, imago eterna:
Ami negli amor miei, ne' pensier pensi,
E, più divisa da' terreni sensi,
A la mia coscienza sei più interna.