—Io ti amerò sempre sempre come adesso, ma il mio viso invecchierà, la mia povera voce che ti piace non sarà più dolce. Cosa farai tu allora?
Le sue mani mi strinsero alle tempie quanto forte poterono.
—A che pensi mai!—risposi.—Allora non sarò più buono a far versi, non saprò che ripeterti questi ogni giorno.
Poi scherzai sulle nostre tenerezze senili. Violet se ne offese, un po' sul serio, un po' da burla, e mi disse ch'ero un cinico odioso, che trovavo dappertutto il ridicolo, che questo le era molto piaciuto in me da principio perchè è una follia della donna d'innamorarsi degli uomini cattivi, ma che adesso non mi voleva più così.
—Anch'io—diss'ella—una volta ero sarcastica come te; adesso non lo sono più.
Dovette ridere dicendolo, perchè lo era molto spesso ancora; aveva sorrisi fini e parolette brevi ch'entravano nella gente come spilli. Lo riconobbe, ma protestò d'essere sempre in lotta, a questo proposito, colla sua inclinazione e sostenne che il sentirsi tanto felice, l'amare e l'essere amata la rendevano insensibile al ridicolo.
—Dunque—diss'ella—questo senso del ridicolo non dev'essere una cosa buona, non deve potersi accordare con la pienezza della felicità e dell'amore. Anche tu cercherai di perderlo, non è vero?
Rise ancora, vedendo la mia faccia dolente, quasi sgomentata; e mi domandò se fosse un'impresa tanto difficile. Risposi che sì ed ella mi replicò, che essendo artista, potevo sfogarmi senza malignità nei miei libri.
—Però—dissi—sarebbe meglio di frenarmi anche lì?
—Forse sì—mi rispose sottovoce—forse i libri più nobili non rappresentano il ridicolo.