Là dov'eravamo il fiume ci discendeva da levante diritto incontro, chiaro come il cielo a perdita d'occhio, con la sua larga distesa d'acque egualmente veloci, che appena una sottile striscia di case e di alberi divideva, in faccia a noi, dall'orizzonte, fra il tozzo nero Adlerthurm di Rüdesheim a sinistra e verdi pioppi di isole, sfondi azzurri di colline a destra. Presso a noi, lungo la riva destra, una riga di barche nere si dondolava sull'acqua tutta bollimenti e luccicori intorno alle catene tese delle ancore. Il fumo di un vapore, la Criemhilt, alzandosi a globi s'inargentava nel sole. Credo avere indicato così, o presso a poco, ciò che vedevo; non ho più quel foglietto che gettai subito nel fiume.

—Ecco—disse Steele—io, che non sono poeta, vedo una grande quantità di acqua, molta più del necessario; non guardo i pioppi ma il mio vigneto del Rochusberg che ha un'aria assai malinconica; la mia vista prima di arrivare all'Adlerthurm, si ferma sulla gobba del suo cameriere dell'Hôtel Krass che sta pescando alla lenza qui vicino; la quale gobba non mi pare poi indegna di essere osservata da un poeta. Del resto mi permetta di dar la palma a miss Yves perchè Lei non ci ha nemmeno detto che colore abbia l'acqua del Reno.

Risposi che davanti a tedeschi avrei preferito definire il colore della metafisica di Hegel anzi che quello del Reno. Violet mi disse più tardi, sul vaporetto, che quanto avevo veduto io, l'aveva veduto anche lei come pittrice, ma che quella non era poesia, non era il Reno, era un fiume qualsiasi. Il Reno lo avevo veduto più da poeta, parevale, la prima volta, nel mio pensiero eccitato dal Rüdesheimer, lo avevo meglio dipinto senza dipingerlo, in un verso solo:

Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo
Il Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.

—Questo è il Reno vero—diss'ella.

XLII.

Fu appunto a bordo della bianca e verde Criemhilt, tornando da una gita a St. Goar che Violet mi disse:

—Cosa ti scrivono i tuoi amici? Lo sanno che fai questa follia?

Eravamo in mezzo a una folla di signore e signori e Violet si divertiva a dirmi ogni sorta di cose da farsi baciare o mordere, sapendo che non potevo fare nè l'una nè l'altra cosa.

—Tu taci—soggiunse con gli occhi maliziosi di quella Violet che avevo veduta un istante nei boschi di Heidelberg.—Si vede che non l'hai osato. Ti vergogni di me. Tu vorresti abbracciarmi adesso tanto per non avere a rispondere, ma non hai neppure il coraggio di far questo. E io sarei tanto felice se tu sapessi disprezzare per amor mio questi rispetti umani; io sarei capace di disprezzare tutta la gente intorno a noi.—No, pietà, no, ti scongiuro—diss'ella sottovoce, atterrita dall'atto ch'io feci di pigliar sul serio le sue provocazioni. Mi rifece più tardi la stessa domanda di prima, sul serio. Dovetti allora confessarle che in Italia nessuno sapeva niente dei miei amori tranne mio fratello.