A pochi passi dal cancello della Drachenburg incontrai Steele. Sorrideva, ma con imbarazzo; e mi chiese subito, con gran premura, le mie impressioni. L'osservai, era pallido; vide un sospetto negli occhi miei e fece atto di trattenermi—Dio mio!—esclamai, slanciandomi avanti.—Cosa c'è?

Egli mi afferrò alle braccia e ripeteva:—Si fermi, non c'è niente, ma si fermi un poco.—Mi strappai da lui e corsi dove avevo lasciato Violet.

Ella non v'era più; non v'era nessuno. Mi guardai attorno smarrito.—Senta! mi gridò Steele che stava per raggiungermi. Non lo ascoltai e feci rapidamente il giro della villa. Dall'altra parte, davanti alla fronte che guarda il Reno, vidi Violet e mi fermai di botto, senza respiro, come colpito al cuore.

Era in piedi, non mostrava di aver male alcuno e parlava, voltandomi le spalle, con un giovane signore a me sconosciuto. Vi era pure la signora Steele che, quando mi vide, mi venne incontro per trattenermi come aveva fatto suo marito. Violet parlava con veemenza a quel signore che l'ascoltava a quattro passi da lei, col cappello in mano, colla fronte alta e corrucciata.

Indovinai sul momento ch'era l'uomo di Wetzlar; egli pure mi vide e indovinò chi ero io.

Violet, al lampo che brillò negli occhi di lui, comprese, si voltò a me.

—Eccolo—disse; poi sorrise e soggiunse—venga—accennandomi del capo con uno sguardo così tenero e lieto che tutta la mia gelosia svanì e fui subito al mio posto, presso a lei.

—Un conoscente di Norimberga—mi disse Violet—il signor***.—Poi pronunciò il mio nome e soggiunse:—mio fidanzato.—Prese in pari tempo il mio braccio, vi si appoggiò tutta e salutò colui del capo senza stendergli la mano, dicendo:

—Addio, signore. Buona fortuna.

Credetti per un momento che l'uomo volesse rispondere qualche cosa d'acerbo, mi tenni pronto. Invece si frenò, fece in silenzio un inchino esagerato, pieno d'ironia, e partì a gran passi agitando il cappello che teneva in mano.