Violet mi trasse dalla parte opposta stringendomi il braccio forte forte. Gli Steele, imbarazzati, si fecero in disparte, ci lasciarono soli. Io mi sentivo soffocare dall'emozione, non potevo proferir parola, non potevo che rispondere col mio braccio alla sua stretta.—Caro, caro—mi diss'ella teneramente, sottovoce, tenendo gli occhi ansiosi nei miei—come ti amo, come ti amo! Lo sai che sei tutto per me? Non potrei più rinunciare a te, non so come ho potuto resistere tanto tempo. Hai sofferto, caro? Soffri ancora? Non voglio che tu soffra. Io sono tu.

Le risposi ch'ero commosso; come non lo sarei stato? Ma che non soffrivo perchè sapevo bene quanto ero amato. Sentivo che la mia voce era alterata, mi forzavo a renderla naturale, non vi riuscivo. Soggiunsi che temevo per lei, temevo che soffrisse lei di questa scossa, proprio materialmente, nella salute.

—Oh no—diss'ella.—Mi sento assai bene. Bene davvero.

Fui ben cieco e stupido di non avvedermi degli eroici sforzi che faceva per reggersi e nascondermi il suo stato, A pochi passi da Königswinter si fermò, mi fece vedere il sole rovente che scendeva dietro i pioppi delle isole in un freddo cielo da inverno.

—Come si sente il nord!—disse.—Come son felice che tu veda questo paese!

Appena dette, con un ultimo sforzo, queste parole, venne meno e sarebbe caduta s'io non l'avessi stretta tra le mie braccia.

XLVI.

Seguì un accesso nervoso che durò quasi tutta la notte. Ella fu assistita da un medico, dalla signora Emma e da una figlia dell'albergatore. Io vegliavo nella camera vicina.

Il medico voleva partire quasi subito, ma lo supplicai tanto, che si trattenne fino a mezzanotte. A mezzanotte se ne andò sorridendo de' miei timori e ripetendo nell'accender la pipa:

—Io conosco, io conosco, io non vedo niente di pericolo, io non vedo niente di pericolo.