—Non ingannarmi mai.

I nostri due compagni dormivano; mi chinai e baciai con tutta l'anima la diletta moglie mia che non intese, stavolta, il senso del mio lungo bacio e tornò serena, si appoggiò ancora alla mia spalla, sorridendo!

Un altro treno ci passò accanto e il nostro si mosse. Arrivammo in un quarto d'ora a Biebrich dove avviene lo scambio per Wiesbaden. Sentivo di dover impedire che Violet vedesse quest'uomo, che si accorgesse della sua presenza; e poichè sfuggirgli era oramai impossibile, non restava che cercar di lui, imporgli di non perseguitarci. Perciò discesi, dicendo a mia moglie che sarei tornato subito. Lo trovai nella carrozza vicina, ch'era piena di gente. Io non lo avrei forse riconosciuto, ma egli riconobbe me e saltò a terra. Ci domandammo ad un punto, io con voce sommessa ma risolata che mai volesse da mia moglie e da me, lui in tono di sfida e con faccia stravolta da maniaco perchè non gli avessi fatto l'onore di rispondere alla sua lettera. Gli dissi che lo avevo creduto inutile e lo richiesi di non molestarci mai più. Egli uscì allora in parole di collera e di minaccia, protestando di non voler subire intimazioni, io mantenni il mio diritto di fargliele, mentre egli vociferava che non aveva l'abitudine di molestare le signore, ma che voleva soddisfazione da me; risposi che non lo temevo.

I conduttori invitavano la gente a salire.

—Vada!—disse forte colui.—Ella mi vedrà presto ancora. Ciò che Le volevo dire in segreto glielo dirò in pubblico, davanti alla signora, nel giorno e nel momento che sceglierò.

Gli voltai le spalle e saltai nel coupè. I due viaggiatori erano discesi, trovai Violet sola e compresi tosto che aveva udito. Mi guardò, ansando in silenzio, con un viso sfigurato che mi fece terrore, mi si avventò al collo, mi cadde addosso. Il treno partì. Sedetti stringendomi in braccio il caro corpo tutto sussulti e spasimi, baciando la testa bionda che mi pesava sulla spalla, palpitando e ansando io stesso, ma senza comprendere ancora qual cosa terribile si compiesse, per arcano volere di Dio, in quel momento. Chiamavo: Cara! Cara! Non rispondeva. La stretta delle sue mani al mio collo si veniva rallentando, ma non era tuttavia possibile disgiungerle. Allora mi alzai per coricarla sul sedile; la testa le cadde lungo il mio braccio, le mani rimasero congiunte. Gridai singhiozzando inutilmente nel fragore del treno, chiamai con voce disperata Iddio che solo poteva udirmi. M'inginocchiai, la deposi supina, la copersi di baci e di lagrime levando ogni momento il viso dal suo corpo immobile a gridar aiuto, supplicandola di udirmi, di rispondermi. Le sue braccia inerti mi trattenevano ancora, ma pure incominciavo ad aver la terribile idea che morisse e mi sforzavo di gridare, di gridare sempre, non avevo più lena, non avevo più voce contro la stupida violenza del treno, cacciavo come un frenetico i pugni per arrestarlo. E le mani di lei non si disgiungevano; le baciavo la bocca, gli occhi, i capelli, le spalle, il petto; caro amore, non avrebbe potuto avere più baci da me se fosse stata piena di vita. Se un sobbalzo del treno le faceva muovere il capo o i piedi, ridevo, fra i singhiozzi, di speranza e di gioia. Ma il suo povero viso diventava freddo, solenne; non gridai più, non feci che chiamarla teneramente.

Quando Dio volle arrivammo a Kastel. Gridai tanto che si venne ad aprire prima ancora che il treno fosse fermo e molte persone accorsero.

—Un medico!—esclamai, e mi portai giù la mia diletta da solo, passai fra la gente che ripeteva:—Un medico! Un medico!—l'adagiai sopra un canapè, nella sala d'aspetto di prima classe. In un attimo la sala fu piena di curiosi. Qualcuno mi voleva rincorare, mi diceva che la signora si riavrebbe; altri veniva a guardare e si allontanava tacendo. Quando fu annunciato l'arrivo del medico vidi due signori stringersi nelle spalle. Il medico entrò, si accostò alla giacente, la guardò in viso; un silenzio mortale si fece nella sala. Io guardavo lui, trattenendo il respiro. Alzò le sopracciglia senza dir parola; quindi si provò di separar le mani tuttavia congiunte, ma lo supplicai, più con gli occhi che con la voce, di smettere. Tastò i polsi, ascoltò il cuore senza dare alcun segno del suo giudizio; finalmente domandò un cerino che non si trovava mai. Quando lo accostò alle labbra di Violet non osai guardare, mi copersi il viso. Allora udii che tutti si avvicinavano in punta di piedi; poi un silenzio profondo, lungo; poi un soffio, un rumore lieve di molti passi che si allontanavano; poi silenzio ancora.

Una mano mi toccò; apersi gli occhi, ma non vedevo nulla. Il medico mi chiese se la signora fosse mia moglie; udito che sì, disse solamente:

—Povero signore.