Due minuti dopo arrivò il treno da Assmannshausen. Feci salire Violet nel primo coupè che trovai aperto, benchè vi fossero due signori e Violet esitasse, mi interrogasse collo sguardo. Passammo fra i due viaggiatori che stavano allo sportello e ci collocammo al lato opposto del coupè. Subito udii qualcuno correre, udii gridare «presto!» Un'ombra comparve allo sportello, fece atto di cacciar dentro la testa a guardare; i nostri due compagni furon pronti a farsi avanti dicendo—non c'è posto, non c'è posto.—Quegli tirò via, i conduttori. gridarono ancora—presto, presto!—la campanella della partenza suonò, il treno si mise lentamente in moto. Dio mio, quell'ombra! Era egli dunque sfuggito a Steele? Ed era poi salito nel treno o no?

Violet non s'era accorta di nulla. Si levò il cappello e i guanti e poichè la lucernetta del coupè aveva il paralume e noi eravamo nell'ombra, mi appoggiò il capo alla spalla e abbandonò le sue mani nelle mie. Poco a poco se le trasse sul cuore, sorridendo, guardando se i nostri compagni non l'osservassero e mi disse sottovoce quando il treno correva già forte:

Io sento il suo cuore
Che batte che batte,
Le voci sue rotte
Che dicono «vieni
Cedo, vieni, vieni.»

Io tacevo; le baciavo piano piano e lungamente i capelli, respiravo il suo amore, il suo pensiero e il suo corpo.

Viaggiavamo forse da venti minuti quando il treno rallentò la corsa e si fermò. Nè si udirono voci, nè si apersero sportelli; guardammo fuori; eravamo fermi nella campagna deserta in riva al Reno scuro e rumoreggiante, a poca distanza da Erlach, credo. Uno dei nostri compagni si scosse, parlò ad un conduttore che passava; questi rispose e della sua risposta intesi solo fünf Minuten, cinque minuti. Il viaggiatore tornò a dormire. Violet, che aveva pure guardato dal finestrino, si appoggiò daccapo a me e mi domandò se all'indomani, posto che ci fermassimo a Stuttgart, doveva metter lo stesso costume o se avrei preferito l'abito di lana bianca a risvolti di velluto bianco che avevo ammirato moltissimo. Stavo per risponderle quando una testa si levò improvvisamente nel vano del nostro finestrino, vi restò un attimo e ridiscese. Riconobbi l'uomo, scattai avanti stringendo forte le mani di Violet che si voltò di botto. Colui era già scomparso.

—Cosa c'è?—diss'ella,

—Niente—risposi.

—No, c'è qualche cosa, dimmi cosa c'è.

Ella mi aveva veduto in viso un lampo di sorpresa e di collera e non voleva credermi. Non eravamo soli, quindi non poteva interrogarmi con l'impeto che aveva in cuore; mi stringeva il braccio e mi ripeteva piano, in inglese:—Dimmi, dimmi.—Replicai che avevo creduto veder muoversi qualche cosa nella notte, ma che non era stato niente.

Violet non mi disse più nulla; tuttavia mi guardò con uno sguardo appassionato come se temesse ancora. Le parlai dell'abito di lana bianco nel quale desideravo vederla l'indomani, e del cappellino di Panama a tese piane, col nastro di raso bianco, che le andava a meraviglia con quell'abito. Non ebbe una parola nè un sorriso e continuò a guardarmi come prima. A un tratto mi prese il braccio a due mani e mormorò, sempre collo stesso sguardo: