—Ch'è ammalata e che non deve leggere Leopardi.
Sorrise e rispose:
—Lei sarebbe un medico severo. Vede che non leggo mica solamente
Leopardi; leggo anche libri di buona fama e timorati come i Suoi.
Replicai che importava poco pigliasse il veleno col vino o col brodo o col caffè. Le parlai quindi del mio culto appassionato d'una volta per Leopardi, delle mie malinconie morbose d'allora, del sepolcro che m'ero scelto. La signora mi ascoltava con attenzione intensa; ebbi l'idea che mi studiasse, com'io poco prima avevo studiato lei. Volle guardar la mia rupe col cannocchiale che io le disposi. Nel porre l'occhio alla lente perdette la buona direzione; la cercammo insieme, le nostre mani si sfiorarono, Mrs. Yves non ritirò subito la sua; me ne corse in tutta la persona un brivido delizioso.
—Io non potrei salire sul Suo sepolcro—diss'ella sorridendo.
Fui sul punto di domandarle se, quando fossi morto, vorrebbe portarmi un fiore. Ero troppo agitato; non lo seppi dire. Mrs. Yves mi domandò se mi piacerebbe ancora di esser sepolto lassù, risposi che in quel momento non lo sapevo io stesso. Aspettavo che mi chiedesse spiegazione di quanto le avevo detto sulla sua voce, ma questa domanda non veniva mai. Mi chiese invece se avessi composto dei versi sullo scoglio del sepolcro e, udito che no, se ne mostrò sorpresa; mi disse che dovevo comporne. Glielo promisi sull'atto. Nè l'uno nè l'altro lo disse, ma intendemmo bene ambedue che dovevano essere per lei. Solo dopo qualche momento di silenzio ella susurrò:
—Amerei avere una memoria di questi luoghi.
Una subita angoscia mi strinse il cuore. Domandai a Mrs. Yves se intendesse partire presto.
—Sì,—mi rispose con un soave accento dolente,—credo che partiremo appena sarà possibile. Non siamo contenti dell'aria.
La commozione mi tolse di parlare. Non m'era mai venuta questa idea tanto ovvia, che gli Yves potevano partire; mi pareva che tutto dovesse continuar sempre così.