Le spiegai il mio sentimento.

—Scusi—mi disse poi senza pronunciarsi.—Lei che parlava di nature nobili, vuol dirmi cosa pensa di questi versi?

Cercò nel volume la Ginestra, e mi fece leggere i versi che incominciano:

Nobil natura è quella
Ch'a sollevar s'ardisce
Gli occhi immortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale…

—Penso—risposi—che abbraccerei Leopardi e piangerei con lui, e gli direi: che poeta sei e che cieco! Questa nobil natura che si contrappone così grande e forte alla madre maligna degli uomini, chi te l'ha infusa? La stessa madre maligna? No. Te la sei creata tu? No, no. Ma bisogna dunque che tu abbia un padre benigno; e questo fonte di bene, chi è? Sai perché ti ha fatto un tal dono! Sai cosa ti domanda, cosa ti prepara? Tutta la tua nera filosofia cade.

—Come dev'esser felice, Lei,—disse Mrs. Yves—di pensare così. Io non posso. Io non credo che sia un bene neppur la natura nobile. E poi non credo nella stabilità di alcun sentimento umano. Mi hanno detto di Leopardi ch'ebbe anche lui paura di morire.

Le osservai, un po' tristemente, che non sapevo come le potessero piacere, con queste idee, i miei versi.

—Oh sì—diss'ella.—Tanto mi piacciono. Amo di poter sognare che ha ragione Lei, che vi sono veramente degli esseri, dei sentimenti come quelli che immagina Lei. Vorrei almeno essere sicura che Lei ci crede. E vorrei anche persuadermi che gli uomini non sono tanto piccini, miseri, come mi paiono, e che questa vita vale qualche cosa, vale la pena di essere continuata, in questo o in un altro mondo.

Io pendevo dalle sue labbra, avido di penetrare il segreto del suo cuore. Credetti d'intravvedere un passato d'impetuoso amore e di dolor mortale, un presente di ghiaccio e di silenzio, ma con i primi manifesti segni della seconda vita. Quand'ebbe finito di parlare la guardai muto, non come un amante, bensì come un medico indagatore e dubbioso. Arrossì lievemente e mi disse:

—Cosa pensa di me?