Diletta, nel musco sarei
Che gode il tuo corpo legger;
Al picciolo orecchio direi
Il mio dolce, folle piacer.

Sarei ne l'odor de' ciclami
Che ti bea, nel limpido sol
Che fende gli avversi fogliami
Sul meriggio e caldo ti vuol.

Nel cielo che l'occhio tuo mira
Cercando la spume e la fè,
Nel vento che gira e sospira.
Diletta, in passar presso a te.

Quand'ebbi scritti questi versi li ripetei cento volte, stando alla finestra, guardando il mio scoglio illuminato dalla luna. Mi proposi di offrirli all'indomani mattina. Avrei pur voluto che le arrivassero subito! E immaginavo febbrilmente che ne fosse commossa, che cedesse all'amore. Dov'era allora la memoria del mio sogno, dell'abisso tenebroso, della salutare potenza che ne traeva? Non me ne ricordavo più, non pensavo ad ostacoli conosciuti o misteriosi, legittimi o illegittimi, non avevo in mente che il suo viso delicato, la snella persona, la voce, la mano che aveva lasciato un profumo al mio braccio, lo spirito intelligente e triste, tutto profondità ignote, piene di passione occulta. Era un altro abisso verso cui tendevo il cuore e le braccia, un abisso peggiore del primo, perchè un amore così, se corrisposto, non avrebbe sofferto confini. La mano di Dio era già sopra di me, mi portava sulla via diritta; io non lo sapevo, camminavo nell'ombra, pieno di errore, affinchè un giorno dessi gloria della mia salute a Lui solo.

L'indomani mattina discesi per tempo, e fui bene sorpreso di trovare nella sala di lettura Mrs. Yves che stava scrivendo. Mi stese la mano; i miei occhi la interrogarono sul suo scrivere.

—Sì—diss'ella con voce fioca. Sorrideva, ma era pallida pallida.

Le posai accanto i miei versi in una busta chiusa, dicendo:—La poesia.

Sulle prime non capì, parve non ricordare; poi fece—Oh!—gli occhi le brillarono e aperse subito la busta. Lesse e rilesse. Ogni tanto gli occhi soavi si alzavano a me, si fermavano nei miei con una espressione indicibile. Finalmente ripose i versi e si abbandonò, guardandomi, sulla spalliera della poltrona.

Non avevo mai veduto uno sguardo simile, uno sguardo tanto intenso, vitreo, gelido, appassionato. Amore, dolore, terrore; quello sguardo disse tutto con una lunga fissità paurosa. Poi lo vidi improvvisamente offuscarsi. Finalmente Mrs. Yves mi disse «grazie» e tornò a scrivere. Siccome restavo ancora in piedi davanti a lei, alzò un poco la testa e mi fece un lieve sorriso. Intesi, mi ritirai nella sala vicina e aspettai.

Credo avere aspettato mezz'ora. Udii Violet alzarsi, e tornai da lei per conoscere il mio destino. Ella si teneva una mano sugli occhi e aveva lo scritto nell'altra. Me lo porse e disse piano in inglese, quasi singhiozzando: