Appena fummo soli, Topler cominciò a brontolarsi, camminando via curvo con gli occhi a terra:—Oh che bestia! Oh che bestia! Oh che povera stupida bestia!

Non pensavo a domandargli di chi parlasse; ero nella massima angustia e pensavo solo al modo di procacciarmi presto notizie. Intanto gli chiesi coll'accento più indifferente che seppi, se la signorina fosse cagionevole di salute.

—Ma non vede?—mi rispose incollerito come se l'avessi offeso.—Non s'è accorto? Non ha osservato? Non capisce che non può camminare? E mio fratello la vuole sposare per forza! Non gli dice stupido?

—Oh no!—esclamai.

—Come, no?—gridò Topler.—Come, no, se lei sposerebbe me più volentieri di lui?

Non potei a meno di sorridere.

—È sicuro—riprese l'altro.—Per lui ha stima, s'intende; non vi sono in tutta la Baviera due caratteri d'oro come mio fratello; ma per me ha simpatia.

Non mi piaceva entrare in questo argomento. Ero fermo nel proposito, espresso a Violet, di manifestare le mie intenzioni, ma non era giunto il tempo: e intanto non stimavo leale giovarmi dell'ignoranza di Topler per ottenere da lui informazioni di carattere intimo. Lasciai quindi cadere il discorso e discendemmo in silenzio.

Uscendo da una fitta selvetta di giovani faggi e scoprendo la quieta valle dell'Altmühl, le prime case di Eichstätt, mi vennero in mente le parole dettemi da Violet, al Belvedere, sulla piccola città tedesca, dove la chiamava il destino. Non l'avrei creduta così divisa dal mondo e dalle sue vie, così mascherata di alture deserte. Quando vidi sotto il brullo monte opposto la sua cinta turrita, e giù ai miei piedi le torri della cattedrale, quand'ebbi percorsa quasi tutta la discesa senza incontrar mai anima viva, senza udire un suono di ruote nè di opere, l'idea di un triste e solenne destino congiunto a quel luogo risorse in me.

Toccando il fondo della valle, dove colossali pioppi congiunti da una folta siepe fiancheggiano le chiare acque del fiume, passando lo stretto ponticello che le cavalca, la solitaria cittadetta mi parve meno triste, e pensai che vi si potrebbe nasconder bene, secondo il precetto antico, una vita felice. Mi congedai dal mio compagno sulla porta dell'Aquila Nera, dove mi aspettava il mio bagaglio. Erano circa le due e Topler mi promise che mi avrebbe fatto sapere qualche cosa di miss Yves la sera stessa.