—Violet, vuol essere unita a me interamente, davanti a Dio, davanti a tutti?
Ella trasalì, mi afferrò una mano, la strinse con lo spasimo nervoso di prima e mi disse piano, tenendo sempre il viso chino e gli occhi bassi:
—Non può essere! Non lo dica! Non lo dica!
L'uscio dell'anticamera si aperse; Violet ebbe appena il tempo di ritirare la mano, ed il signor Treuberg entrò. Sua moglie era presso un'amica malata e faceva avvertire miss Yves che non avrebbe potuto rientrare prima di notte. Promisi al signor Treuberg di ritornare presto per riverire madama, e mi congedai portando meco l'ultimo sguardo di Violet, uno sguardo appassionato e triste in cui mi si abbandonava tutta per un lampo e mi ripeteva insieme: Non può essere, non può essere!
XIX.
Vissi fino all'indomani mattina come un malato di terzana ardente che lavora con la torbida fantasia e non sa bene se goda o se soffra. Mi domandavo se il fiore dell'agave fosse veramente sbocciato a Belvedere di Lanzo, o se solo adesso incominciasse con tormento e con ebbrezza a lacerarmi l'anima per uscirne. Il mio amore per Violet si era fatto più intenso; la sua confessione ci aveva più avvicinati e stretti che nè lei nè io potessimo prevedere. E potevo io immaginare certe stranezze della mia natura? Avevo a difendermi, nel mio accoramento geloso, da un acre istinto che mi faceva desiderare Violet più impetuosamente perchè era stata tanto amata e aveva tanto amato ella stessa.
Alla sera mi recai da Topler. Non c'era; c'era invece suo fratello. Lo avrei evitato volentieri, ma non mi fu possibile, perchè mi aperse egli stesso; parve felice di vedermi e mi fece le più vive istanze perchè entrassi. Non sapevo spiegarmi, sulle prime, tale inopportuna cordialità; poi intesi che avrebbe voluto parlarmi di qualche cosa e non sapeva venirne a capo. Finalmente, dopo non so quante cerimonie, mi confessò arrossendo che sperava molto nel mio aiuto per scegliere alcuni libri italiani cui aveva divisato di offrire in dono alla sua fidanzata. Gli risposi che non ero in grado di accontentarlo. Rimase, naturalmente, sorpreso o mortificato, e si scusò col solito ossequio. Egli aveva un'aria così modesta e buona nella sua timidezza! Lo sentivo migliore di me che stavo per togliergli il suo tesoro, la sua speranza, la sua felicità. Fu quasi una consolazione per me di pensare che Violet mi aveva detto «non può essere» che non ci eravamo accordati contro di lui a sua insaputa.
Volli dirgli che avevo necessità, per motivi urgenti, di parlare a suo fratello. Più tardi egli ricorderebbe queste parole e il mio accento commosso, intenderebbe quanto mi fosse stato a cuore di non essere nè parer disleale. Il mattino seguente ricevetti questa lettera di miss Yves:
«Mi credo in dovere, benchè spossata a morte, di soggiungere qualche cosa circa il mio matrimonio, avendone parlato non bene nella commozione di poco fa.
«Ho dato liberamente una parola non inconsiderata. Conosco da un pezzo il prof. Topler, l'ho sempre stimato profondamente onesto e buono. Non potendo ricambiare il suo sentimento, lo pregai che si allontanasse da me. Egli obbedì, umile; continuò ad amarmi o ad aspettare nell'ombra. I miei parenti mi disapprovarono e me lo dissero. Dopo qualche tempo T. mi fece chiedere il permesso di vedermi ancora. Esitai lungamente, considerai la mia situazione di fronte a' miei parenti per la cui pietà vivo, considerai che la mia salute mi toglie di provvedere da me alla mia esistenza. Malgrado la mia grande stima e la mia gratitudine per T., l'idea del matrimonio m'ispirava un invincibile orrore; mi domandai se il suo amore, veramente alto e nobile, non potesse accontentarsi di una convivenza fraterna e del nome di sposo, se non gli potrei proporre una tale unione. Così feci, e la mia offerta fu accettata con gioia. Rimasi mortificata di pensare che forse quest'uomo semplice era più nobile di me, malgrado i miei raffinamenti di sentimento e d'intelletto. Questo fu per me il principio d'un nuovo scetticismo, il più amaro; divenni scettica verso me stessa. Una persona pia mi disse che ciò era buono per il mio orgoglio, che mi avvicinavo a Dio; non lo so.