Mi par rivedere, scrivendo, quel banco delle Anlagen sopra una svolta della costa e del sentiero, la mite collina con i suoi alberi pensosi, l'Altmühl chiara giù nella valle. Sulla spalliera del sedile si legge forse anche adesso «V. Y.» Dalla mia adolescenza in poi non ero più stato tanto fanciullo! Mentre incidevo le due lettere sopraggiunsero dall'alto le sorelle von Dobra con un ragazzo e un gran bottino di fiori del bosco.
La signorina Luise parve tutta contenta di vedermi e andò subito a mettere il suo nasino sulle lettere.
—Queste non sono le Sue iniziali!—diss'ella, candidamente. Non le venne in mente che potessero esser quelle della sua amica. Sapeva della gita e mi fece una graziosa pittura di Obereichstätt, della chiesetta antica di Marienstein, e dei bei prati in riva all'Altmühl.
—Peccato—disse—che non ci siamo anche noi! Violet si divertirebbe di più.—Mi pareva che sua sorella disapprovasse tanta famigliarità con me e che volesse andarsene. Io pensavo, vedendola così bellina, così graziosa, che fortuna sarebbe stata se il professore Topler si fosse innamorato di lei.—Vengo, vengo!—esclamò la cara biondina impazientita dei cenni di sua sorella.—Ma prima voglio domandarle una cosa. Non è un orrore che Violet sposi quel brutto uomo? Lo dica, lo dica, lo dica!
Ella batteva il suo piedino e io non lo dicevo ancora, non lo potei dire. Invece il fratellino delle signorine, un monello di undici anni, esclamò senza altro:—È zoppa! Nessuno dovrebbe sposarla!—La biondina, inviperita, lo voleva battere. Il ragazzo scappò gridando che lo aveva detto papà, le sorelle lo inseguirono, udii la signorina Luise gittarmi un «adieu!» e non vidi più alcuno.
«Nessuno dovrebbe sposarla.» Ecco la dura prudenza umana, la prudenza dei savi, dei buoni, dei pii, di tutti. Mio padre e mia madre, con il loro gran cuore, con il loro alto carattere, non avrebbero detto diversamente. Violet stessa lo diceva nella sua lettera; era una colpa. Io avevo gridato nel primo impeto della passione: no, non è colpa; ma potevo proprio credere a me, a me solo contro tutti?…
Mi feci questa domanda e giudicai di slancio contro il mondo e la prudenza umana. Sia, mi dissi; soffriranno coloro che verranno da noi e noi soffriremo in essi; ma se adesso che non sono ancora, potessero scegliere, come non accetterebbero una vita terrena tribolata e breve, pure di uscir dal niente, pur d'intendere, pur di amare, pur di salire a una forma superiore ed eterna, dove queste miserie della polvere non seguono l'uomo? Nessuno dovrebbe sposarla. Almeno dicessero: nessuno dovrebbe amarla! E allora perchè è lei più dolce che non possa essere acerba qualunque pena, perchè ha un cuore fatto di passione, perchè sento io che sono in lei, solo per lei è la gloria e la potenza della mia vita, è la pace in cui sempre mi riposerò di qualunque dolore?
Palpito ancora, nello scrivere, d'amore e di collera; forse anche contro di Lei, buona amica, cui dedico queste memorie! Perchè mi figuro che anche Lei pensi come gli altri, e più avversari mi trovo a fronte, più sale il mio sdegno. Non è una colpa, mi ripetevo io allora in mente, e mi pareva di serrarmi Violet sul cuore, di convincerla con i miei baci, di dirle ch'era la mia sposa, il mio corpo, l'anima mia, il mio piacere, il mio desiderio per sempre; e che di ciò non daremmo conto agli uomini, ma solo a Dio.
XX.
Verso le sei pomeridiane di quello stesso giorno, quando stavo per uscire dall'albergo, il dottor Topler entrò da me.