—Eccomi—diss'egli.

Non lo attendevo e non avevo ancora pensato bene il modo d'incominciare la mia confessione. Vedendomi perplesso, Topler aggrottò le ciglia, prese quell'aria grave che molti prendono in ciascuna parta del mondo, quando temono si chieda loro del denaro. M'affrettai a dirgli ch'era venuto il momento di fargli sapere perchè fossi ad Eichstätt.

La sua fronte si spianò. Come si celasse nell'anima sua calda e franca una segreta punta di avarizia, non lo so, ma vi era; e certe tracce del sole e della terra sul suo abito nero non erano, lo seppi di poi, interamente effetto di trascuratezza artistica o filosofica. La sua fronte si spianò e i suoi occhi curiosi brillarono.

—È un debito di lealtà da parte mia—soggiunsi.—Forse quando Lei saprà perchè sono venuto ad Eichstätt…

—Ebbene?—fece Topler.

—Non saremo più amici.

Egli trasalì, si rizzò sulla persona, mi guardò a sopracciglia levate.
A me premeva oramai d'arrivare in fondo, e ripresi:

—Ieri non era la prima volta che vedevo miss Yves. L'ho veduta in
Italia. Sono venuto in Germania per lei.

Topler mi guardava petrificato.

—L'altra sera—continuai—a Norimberga, ho udito il loro dialogo davanti al caffè Sonne e ho saputo a che ora dovevo trovarmi alla stazione per viaggiar con Loro.