—E dunque?—diss'io storditamente.

Luise mi guardò. Il suo sguardo penetrante mi umiliò, mi rivelò di botto una donna nella giovinetta. Diceva: come mai domanda? Come mai non intende che deve seguire Violet? Come mai ama? Nessuna parola umana avrebbe potuto significar ciò più chiaramente di quegli occhi.

—Lo so!—esclamai senza ch'ell'aprisse bocca.—Mai non mi darò per vinto! Ma credevo che Lei avesse ancora qualche cosa a dirmi.

Luisa richiamò la sua sorellina che correva verso il fiume.

—No—diss'ella poi—non ho altro.—Cioè—soggiunse precipitosamente—ci sarebbe un'altra cosa, ma questa non è necessario che la dica.

La scongiurai di dirmi tutto, tutto.

—No—diss'ella, sfavillando a un tratto del suo solito malizioso brio.—Non la dico e non la dico!

Mi parve che si ostinasse in parte per divertirsi, in parte per la fierezza del suo spirito ribelle a qualsiasi violenza. Lessi in pari tempo sul suo viso che non avrebbe ceduto a un re.

—Non deve credere,—soggiunse,—perchè Le ho detto tanto, che Le direi tutto! E adesso io ritorno sola in città. L'avverto che Violet parte alle quattro e mezzo.

La ringraziai di quanto aveva fatto per me, di quello che sapevo e di quello che non sapevo; ma ella rifiutò i miei ringraziamenti dicendo che cercava solo il bene della sua amica, e che non poteva soffrire il signor Topler con tutta la sua gran bontà noiosa, che ciascuno lodava. Un uomo così vecchio, così goffo, così plump, voler sposare Violet Yves! Ma la colpa maggiore era di quegli stupidi zii di Norimberga.