Mi diedero una camera con due finestre al Nord. Anche alla sera vidi lo scoglio nero coronato di stelle, che mi gittava in faccia i ricordi della mia adolescenza pura e superba. Tentai lavorare; dalle mie prostrazioni di spirito basta qualche volta a rialzarmi l'ala d'un verso felice. Mi provai a disegnare una tela d'idillio, pensai alla bella giovinetta dalle braccia di latte, alla sua fontana sul crocicchio, alle finestre fiorite di garofani; pensai anche a Lei, mi perdoni, amica mia. Ella sa il mio metodo di lavorare; piglio una figura vera e ci filo attorno poesia, seguendone le forme e insieme nascondendole altrui. Ma quella sera non trovai un solo filo fine e forte, non feci che imbrattar carta inutilmente. Mi cadde il cuore.
Cosa dice Heine? «Il mio cuore somiglia al mare.» Io, piccolo poeta, dirò solo che il mio cuore somiglia ad una laguna misera, senza perle nè coralli, che tuttavia ascende e ricade come il mare, ogni giorno, per la propria natura e l'arcano influsso di qualche potenza occulta nel cielo.
L'indomani mattina mi arrivò la lettera di Ginevra. Mi si attendeva fra dodici giorni, dopo i quali ci saremmo trovati soli e senza sospetto. In seguito a questo esordio venivano raccomandazioni solenni che parevano rimproveri; mi si proibiva la menoma famigliarità. Tutto ciò mi parve gesuitico e disgustoso e mi venne subito in mente di non andare; ma poichè avevo ancora sei giorni di tempo, mi proposi, secondo una viziosa abitudine, di deliberare all'ultimo momento. Intanto la svogliatezza e l'inerzia antica mi riprendevano. Abbandonai la ricerca dell'idillio; non mi destavano interesse nè gl'italiani, nè la bella signora bionda, nè alcun'altra persona dell'albergo. Passavo le mie giornate vagando col cuor pesante per le campagne, sedendo lunghe ore sull'erba ad ascoltar il vento e a contemplar i moti lenti delle ombre. I castagni di Pellio, i prati del pian d'Orano, le gole solitarie della Val Mara devono ricordarsi di me. Nelle mie corse non incontravo mai nessuno; non vedevo esseri civili che alla table d'hôte, sempre silenziosa e solenne.
La sera del primo luglio, verso le dieci, stavo leggendo nella mia camera colle finestre aperte quando udii suonare sul cattivo piano della sala di conversazione la Gran scena patetica di Clementi, che ho udita da Lei tante volte. La mano mi parve eccellente, e discesi. Suonava una signora inglese e c'erano in sala, credo, tutti gli ospiti dell'albergo. La sala è a pian terreno; ha una porta e due finestre sulla fronte della casa. Andai a sedermi fuori nel buio.
La notte era tempestosa. Un balenar continuo senza tuono batteva, di là dal lago, le nuvole nere e le creste selvagge, che, in quei sùbiti bagliori, parevano vivere. Sul nostro capo il cielo restava buio, restava buio l'abisso a' nostri piedi; e, quando il piano tacque, si udirono giù nelle valli profonde tutte le campane dei paeselli. Due signore uscirono e sedettero poco discosto da me. Non le potevo vedere, ma sentii il profumo di rose della mia vicina. «Molto bene, non è vero?» disse questa, in inglese. Era la sola voce femminile che conoscessi lassù.
Non vi fu risposta. Dopo brevi momenti udii un'altra voce dir piano:
—The bells (Le campane).
Ho sempre pensato, e non so come questo strano pensiero sia nato in me, che l'odore dell'olea fragrans possa dare un'idea della dolcezza di quella voce. Trasalii e mi domandai dove l'avessi udita. La signora dall'essenza di rose disse ancora qualche cosa che non intesi e la voce dolce rispose:
—Yes, there is hope (Sì, vi è speranza).
Ebbi come un baleno interno; era la voce del mio sogno. Mi misi a tremare, a tremare senza saper perchè, senza capir più niente, sebbene le due voci parlassero ancora. Tre o quattro altre signore uscirono dalla sala e tutta la compagnia s'avviò poi verso gli alberi. Io non pensai a seguirla, avevo una indicibile avidità di esser solo. Corsi nella mia camera e là mi sfogai.