Ero come pazzo, m'inginocchiavo a ridere e piangere, balzavo in piedi a pregare, sentendo Iddio infinito e me niente, stendevo dalle finestre le braccia verso il nero scoglio sovrano battuto dai lampi, gli dicevo con trionfante gioia di volermi bene ancora perchè ne tornavo degno. Parlavo così a voce alta e poi ridevo di me stesso, ridevo di esaltarmi per una persona di cui non conoscevo ancora il viso; ma era un ridere felice, pieno di fede, senza la menoma ironia. «There is hope, there is hope» ripetevo «vi è speranza.» E poi mi coprivo il viso colle mani, pensavo; e lei? e lei? Chi sa se aspetti anche lei, chi sa se abbia avuto sogni, presentimenti? Che viso, che nome avrà? Poi non pensavo più a nulla, mi riprendeva il fremito di prima. In un'ora triste dell'adolescenza, vagando per le colline in fiore della mia patria, mi ero veduto nell'avvenire una scura e fredda giovinezza e, sul cader di questa, uno splendido fior di passione, improvviso come il fiore dell'agave. Ora il mio cuore batteva «l'agave, l'agave!» Vi strinsi ambo le mani su, ansando. Credetti in quel punto che gli occhi miei mandassero veramente luce.

IV.

Quella notte non dormii affatto e la mattina seguente fui il primo a entrar nel salottino attiguo alla sala da pranzo dove gli inglesi scendevano fra le sette e le nove a prendere il thè. Mi era venuto nella notte il dubbio che la dolce voce appartenesse ad una signora che avevo veduto per la prima volta il giorno innanzi, e che era discesa a pranzo con l'altra dal profumo di rose. Quest'ultima venne a prendere il thè, sola, alle otto e mezzo. Subito dopo qualcuno entrò dall'uscio, cui volgevo le spalle, e salutò. Era la voce di lei.

Sino a quel momento ero stato agitatissimo, ogni passo mi aveva fatto palpitare. La voce sua mi chetò sull'atto come un ghiaccio che colga l'onda. Tutto tacque in me; mi trovai tranquillo, ma senz'altra coscienza che del momento presente.

La nuova venuta sedette in faccia all'amica sua. Mostrava un venticinque anni, era alta, bionda, aveva una fine fisonomia delicata, due occhi quieti che parevano veder poco e somigliavano alla sua voce per la soavità leggermente fioca, come per l'intima espressione d'intelligenza; la mano piccola e bianca aveva una simile espressione. Mi colpì un anello d'oro, liscio, all'anulare della mano sinistra.

Ella non mi guardò neppure e si mise a parlare con l'altra signora. Sorrideva deliziosamente, e, quando sorrideva, era una musica così tenera! Intesi che domandò notizie di un disastro avvenuto la notte sul lago. Io solo ne avevo. Era infatti scoppiato, dopo la mezzanotte, un temporale furioso, e un comball carico di sabbia si era sommerso con gl'infelici barcaiuoli. Colsi la buona occasione e tentai di raccontare la cosa in inglese. Ella mi guardò un po' sorpresa e mi rispose qualche parola nel più puro italiano, mortificandomi così alquanto; poi fece atto di ringraziarmi con un leggero cenno del capo, con uno sguardo serio e benevolo; e riprese il suo dialogo con l'amica. Allora uscii, contento di quello sguardo, non senza, però, una penosa trepidazione, un dubbio nuovo. Mi pareva di amare già e che ella non somigliasse a nessun'altra donna; che la sua bellezza, quasi chiusa agli altri, dovesse riuscire squisitamente singolare e varia per un amante; che anche l'anima sua avesse un tal velo, un tal segreto. Ma era libera? Mi potrebbe amare? Questo era il dubbio nuovo e l'affanno. Mi succedeva come quando immagino una composizione artistica e me ne innamoro nella fantasia, che poi trovandomi la penna in mano e un foglio bianco davanti, mi assalgono mille dubbi e scoramenti.

La rividi più tardi sotto gl'ippocastani dove stava sola, leggendo. Io guardavo, a due passi da lei, con l'eccellente cannocchiale dell'albergo, ora le torri del mio scoglio, ora gl'imi paeselli, ora un vapore che pareva immobile sull'acqua verde, ora la città di Lugano, dove si potevano distinguere le persona sui quais. Guardavo solo per starle vicino, pensando sempre come le potrei parlare. Ella chiuse un momento il libro. Allora le offersi, stavolta in italiano, d'indicarle il posto ov'era affondata la barca di sabbia. Accettò molto cortesemente e, posato il libro, si alzò, venne alla ringhiera che cinge quella specie di bastione coronato dagli ippocastani. Osservai che il suo passo era un poco incerto; che la sua gamba sinistra era un poco intorpidita. Forse anche il braccio sinistro non aveva il vigore dell'altro. Me ne sentii a un tratto il cuore tanto più tenero per lei; e non voglio cercare perchè me ne sia venuta insieme una gioia di speranza. Ella intese prontamente che conoscevo i luoghi, e aveva incominciato a domandarmi nomi di paesi e di montagne, quando un cameriere dell'albergo venne a dirle:

—Il signore La desidera subito.

Trasalii. Sul suo viso passò, malgrado lei, un'ombra fugace di malcontento, e poi, quando se n'avvide, un lieve rossore. Si scusò con una parola gentile e partì, lasciandomi più felice e più turbato che non posso dire. Il signore! Chi era questo signore? Qualche cosa d'indefinibile nell'aspetto, nei modi di lei, l'anello, i pendenti di piccoli brillanti, mi lasciavano poca speranza che fosse libera.

Aveva dimenticato lì il suo libro. Vidi con molta meraviglia le poesie di Leopardi. Sul frontespizio era scritto per isbieco questo nome: