—Le dico che è necessario!

—Ma suo fratello? È qui?

—Sicuro.

—Ma lo sa che Lei vuole condurmi a casa sua?

—Sicuro, sicuro, sicuro! Lo sa. L'aspetta. È necessario.

Ebbene, pensai, al postutto, se lo vogliono, ci pensino loro e tal sia.

Topler, giunti che fummo a casa sua, mi fece entrare nel salotto del piano e mi lasciò solo. Aspettai quasi un quarto d'ora. Ogni tanto udivo la voce del vecchio in un'altra camera, ma non era possibile intendere le parole. Finalmente l'uscio si aperse. Primo comparve il mio amico; l'altro seguiva esitando. Il paralume della lucerna mi tolse di vederlo bene in faccia.

M'inchinai in silenzio, e non vidi neppure se mi rendesse il saluto. Topler seniore lo accompagnò ad una poltrona, e gli disse dolcemente di sedere. Quando sedette lo vidi.

Notai allora per la prima volta la sua singolare rassomiglianza, non col frate di Norimberga, ma con un altro frate afflitto di certa antica incisione satirica che io possiedo. L'accasciamento di un dolore profondo, che avrebbe reso grottesca la sua figura agli occhi del mondo, la rendeva invece rispettabile e toccante agli occhi miei; sentivo che un solo movimento di riso interno mi avrebbe fatto disprezzare da me stesso.

—Hai bisogno di parlargli, non è vero?—disse Topler seniore, affettuosamente. Il professore assentì col capo. Allora l'altro si volse a me e ripetè: