—Ecco. Mio fratello si crede in dovere, nella sua coscienza, di farle una comunicazione. Veramente tutto avrebbe consigliato, nelle circostanze presenti, una comunicazione indiretta per mezzo mio o di altri; oppure almeno una comunicazione scritta, per lettera. Ma ripugna a mio fratello scrivere certe cose e non vuol dir tutto, pare, neppure a me. Vede, io dovevo trovarmi qui semplicemente come testimonio, però capisco che a mio fratello manchi il coraggio d'entrare in argomento. Già, è inutile dirlo, si tratta della persona le cui relazioni con mio fratello si sono mutate in questi giorni. Si tratta della salute di questa persona. Prima di partire per l'Italia, l'anno scorso, ebbe una indisposizione alquanto seria. Fu nel maggio, mi pare. Va bene, Hans?

—Nell'aprile—rispose il professore, quasi sotto voce.—Il 22 aprile.

—Bene—proseguì Topler seniore.—Il 22 aprile.

Quando guarì, il suo medico chiese a mio fratello, un colloquio.

Qui Topler s'interruppe e guardò suo fratello, che si coperse il viso con le mani.

—Vuoi raccontarlo tu?—diss'egli.

Colui scosse il capo.

—Dunque—riprese l'altro rassegnatamente—il medico incominciò a dire che desiderava avvertire…—

Una voce sommessa interruppe dalla poltrona:

—Ch'era in dovere.