Amica mia, tu vorrai sapere cosa ho sentito questa sera, a Magonza. Ecco: di essere sulla soglia d'un'eternità. Anche la prima sera che udii la tua voce ebbi una simile impressione, ma allora la porta dell'eternità era chiusa. Adesso, diletta mia, io sono tu, la porta è aperta, odo la voce tua, sento che mi rinnovo, ch'entro in un mondo superiore. Cara, forse io pecco d'orgoglio, mi pare che nessun altro amore somigli al nostro, che siamo veramente uniti in Dio; questo pensiero mi esalta, mi inebria tanto! Credi, credi anche tu così! Ho avuto stanotte uno slancio tale di questa fede, contemplando sopra i fanali di una piazza deserta le sommità oscure della cattedrale. Ho alzato al cielo le mani congiunte.
Diletta, sei tu che mi rinnoverai. Se tu sapessi, sono come un fanciullo che sento di trasformarsi in un giovane, e ne ha la febbre. E la giovinezza, la vita piena, la potenza, la gioia sei tu. Tu mi farai quello che sarò poi sempre, poichè questa giovinezza che mi comincia ora è eterna. Lo credi, lo sai ch'entriamo nell'eternità? Stringiti a me, stringiti a me, perchè tu pure sarai rinnovata con me. Tutte le tue tristezze, tutti i dubbi, tutto l'amaro dell'anima tua, tutte le spoglie della prima imperfetta vita cadranno. Puoi tu immaginare il tempo che verrà poi?
Amore mio, senti questa cosa; noi non vediamo ancor bene. Quando saremo un solo, non ci potremo più dire a vicenda: «Tu sei la vita, la potenza e la gioia;» ma gli occhi nostri si apriranno, e noi, cercando nel nostro cuore, nei nostri pensieri, nelle nostre opere, in tutte le cose, l'Amore infinito, diremo a Lui, sempre a Lui: «Sei nostra vita, potenza e gioia!».
Dove sei tu in questo momento? Addio, ti amo!
(Versi pensati stasera in ferrovia, tra Francoforte e qui, non disciplinati nè disciplinabili):
Il treno va e tuona.
Guardando la fioca
Lucerna che trema,
Io penso la fine,
La dolce, la cara
Lontana persona
Che posa pensando
Me solo, e, pensando,
A me s'abbandona;
Il treno va e tuona.
Guardando le stelle
Immobili, austere,
Guardando le nere
Parvenze de l'ombra
Che fugge, che vola,
Io penso lei sola,
Io vedo lei sola,
Respiro lei sola,
Ovunque presente
Nel cielo, ne l'ombra,
Ne l'aria fuggente,
Ne l'ebbra mia mente,
Io sento il suo cuore
Che batte, che batte,
Le voci sue rotte
Che dicono: «Vieni,
Cedo, vieni, vieni.»
Il treno va e tuona.
XXXI.
Il 25 mattina, alle sette e mezzo, partivo da Magonza sul vapore Loreley. Pioveva e tirava vento; le umili rive e le isole del fiume con i loro grandi pioppi sfumavano nella nebbia. I gioghi del Taunus non si vedevano affatto; ad un certo punto poco più si vedeva che i fiotti giallastri rotti dal piroscafo. Finalmente dietro i grandi alberi d'un'isola, al piede di fosche alture, ci apparve Rüdesheim.
Discesi all'Hôtel Krass. Sapevo che Violet non era a Rüdesheim, ma pure la sola aspettazione della venuta sua, un presentimento di ore felici, una incertezza del dove, del come, del quando le avrei parlato, mi fecero battere il cuore appena messo piede a terra. Guardavo avidamente le case, il fiume, le colline di questo paese che doveva diventarmi familiare e caro quanto altro mai. All'Hôtel Krass mi diedero una cameretta piccina, presso la sala da pranzo. L'unica finestra guardava il giardinetto a pergolati dell'albergo, un piccolo dado di ombra, di verde e di rose; di là dal giardinetto la ferrovia, il gran fiume verdognolo, le alture del Rochusberg. Tutto era nuovo per me, nulla mi pareva straniero.
Chiesi subito al cameriere, un gobbo chiacchierino, se vi fosse a Rüdesheim una famiglia Steele. Quegli mi rispose, spalancando gli occhi per la meraviglia, che sì. Il signor Paul Steele e la sua signora erano tra le persone più distinte del paese. Avevano degli ottimi vigneti sotto il Niederwald e sul Rochusberg, un gran palazzo a Magonza. Viaggiavano assai; il cameriere credeva che in quel momento fossero assenti; mi promise, a ogni modo, informazioni esatte. Seppi infatti da lui, più tardi, ch'erano a Francoforte e che quel mattino stesso avevano telegrafato di mandar loro certi oggetti a Magonza, dove intendevano trattenersi alcuni giorni. Non perdetti un minuto e scrissi a Violet per farle sapere dov'ero. Nella incertezza, feci due lettere; ne indirizzai una a Norimberga e l'altra a Magonza. Poi mi feci indicare la casa degli Steele, un villino elegante nello stile tedesco antico, alla estremità orientale del paese, presso all'incontro della strada di Geisenheim con la ferrovia.