—Un mese fa—disse allora ridendo il signor Steele, che mostrava non più di quarant'anni—non mi sarei certo immaginato d'avere così presto una figlia fidanzata.
Si entrò così nell'argomento. Dopo avermi fatto i maggiori elogi di Violet e avermi parlato di suo padre, ch'era stato forse il più caro e intimo amico della famiglia Steele, il signore e la signora mi dissero che tenevano da miss Yves l'incarico di raccontarmi cosa fosse accaduto a Norimberga dopo ch'ella vi era ritornata da Eichstätt. Ma Violet ricomparve prima che il racconto fosse incominciato, e il signor Steele rise molto della sua fretta.
La signora ci propose di uscire nel giardino, cui lei e suo marito desideravano, dopo la lunga assenza, dare un'occhiata. Presto mi trovai solo con Violet ed ella si lasciò cadere sopra un sedile rustico, pallida, con una espressione cupa negli occhi. Mi spaventai.
—No, no—diss'ella—sono troppo felice.
Sedetti accanto a lei. Ci guardavamo in silenzio, e certo il mio viso esprimeva una segreta angustia, perchè Violet mi stese la mano e la sua fisonomia irrigidita mutò improvvisamente, si ricompose in un sorriso dolcissimo.
—Ho paura di perderti—mormorò, e mi strinse la mano con un vigore di cui non l'avrei creduta capace; l'espressione cupa di prima le ricomparve in viso per un istante.
—Violet—susurrai.—Sposa mia.
I suoi occhi si velarono, la sua dolce voce mi disse con timida passione:
—Per sempre?
—Per sempre, per sempre.—Il mio cuore, mentre scrivo, risponde ancora così.