—Non vorrei dividerti dalla tua famiglia—diss'ella senza guardarmi.
La pregai di non turbarsi con questa idea, le dissi che prendendo moglie mi sarebbe stato materialmente impossibile di rimanere nella casa paterna e che pensavo portar la mia dimora in Roma o in Firenze, insomma in una grande città dove gli studi fossero più facili e il clima migliore che nel mio paese natio.
Mi parve che Violet non fosse molto persuasa de' miei progetti, che temesse di esser lei la causa d'una risoluzione simile.
—Ne parleremo—diss'ella col suo sorriso dolcissimo.—Parleremo seriamente di molte cose serie, non è vero? Poichè dobbiamo avere tanto giudizio!
Allora si parlò del nostro matrimonio. La prima idea di Violet era stata che si facesse in Inghilterra, presso una vecchia cugina che le aveva sempre voluto bene; non essendo ella sufficientemente legata coi pochi e lontani parenti che teneva in Roma. Ma la cugina, cui Violet ne aveva scritto un cenno, s'era evidentemente spaventata, per la sua cattiva salute, di queste nozze in casa, e aveva risposto in modo poco incoraggiante. Si decise quindi di accettare l'amichevole offerta degli ottimi signori Steele, affrettando però il giorno della nozze quanto fosse possibile. Io non conoscevo la legislazione prussiana sul matrimonio degli stranieri, non sapevo affatto quali pratiche fossero necessarie, di quali documenti avrei avuto bisogno. Neppure il signor Steele, cui ne parlammo subito, lo sapeva. Allora mi venne in mente che si sarebbe potuto fare a Rüdesheim il solo matrimonio religioso, salvo a fare il matrimonio civile in Italia. Violet vi era indifferente, ma mi parve che agli Steele la proposta non tornasse pienamente gradita. Perciò la abbandonammo e si convenne d'informarsi subito circa le disposizioni della legge prussiana.
Ritornando, quel giorno, all'Hôtel Krass, la mia poca sincerità con Violet, a proposito de' miei parenti, mi pesava sul cuore. All'albergo trovai una malaugurata lettera di mio fratello che non ricorderei se non fosse per chiarire com'egli non abbia mai avuto, sino al mio ritorno, sicura notizia di ciò che avveniva a Rüdesheim.
Evidentemente, mio fratello aveva scritto e mia cognata aveva pensato. Non debbo nè voglio serbarne rancore alla memoria di questa povera donna, ma certo la lettera fu male ispirata, e tradiva ad ogni riga una certa lotta fra la mano e il pensiero. La sostanza n'era questa. Mio fratello mi faceva intendere che se io mi accasavo non avremmo potuto vivere insieme, sotto lo stesso tetto. Soggiungeva, che siccome la casa paterna era di proprietà comune, desiderava conoscere per tempo le mie intenzioni; che egli era disposto ad acquistare la mia quota di proprietà; che se ci accordavamo a questo modo, e se io non avevo in animo di stabilirmi altrove, egli si sarebbe adoperato per cercarmi un quartiere e per metterlo in assetto, giusta le istruzioni che gli darei. Di Violet, nè per Violet, non una sola parola.
Gli risposi immediatamente poche righe gelate. Dicevo che mi sarei stabilito altrove e che avrei dato incarico a un avvocato di trattare con lui la cessione di comproprietà che mi proponeva. Mio fratello non mi scrisse più.
Quando io penso ai venticinque giorni che seguirono questo, mi smarrisco nella luce, ricordo tanti momenti con una vivezza acuta, ma non so più come si leghino insieme, non so più quale sia venuto prima, quale poi, ho perduta l'idea del tempo, tutto succede ancora contemporaneamente e per sempre nella mia memoria come se questi miei ricordi, parte della piena felicità ventura, appartenessero già all'eternità, pigliassero la forma di un perpetuo presente. Non avevo, dapprima, in animo di parlarne, ma mi tenta la gran dolcezza e cedo, poichè Lei sola, cara e fedele amica, mi ode. Racconterà dunque il tempo felice, così senz'ordine come vien su dal cuore.