Le presi la mano sinistra.

—Questa non può stringere come vorrebbe—disse Violet un po' tristemente—ma le devi voler bene come all'altra.

Era così elegante quella piccola mano segretamente offesa, così delicata e diafana!

—È la più bella mano che il mondo abbia—diss'io.

—Non dica questo cose—rispose Violet tornando al Lei e arrossendo.

Sorrisi e replicai:—Non le dirò più.—Ella esclamò allora con impeto:—Sì, le dica!

Il mio pensiero passò naturalmente dalla sua infermità a un'altra idea.

—E i tuoi parenti? Cosa dicono? Lo domando perchè mi pare che dovrei scrivere a tuo fratello.

Qui la mia coscienza mi accusa di una colpa che il mondo, ingannato dai nobili sentimenti profusi senza fatica nei miei libri, forse non mi avrebbe attribuita, ma che risponde pur troppo alle intime pravità e miserie della mia natura. Non avevo perdonato a mio fratello le sue obiezioni di prima, la sua freddezza di poi, ne serbavo un risentimento ingeneroso. Inoltre, per la mia orgogliosa ed egoistica inclinazione a considerarmi vittima dell'ingiustizia umana, a supporre negli altri antipatie, invidie deliberate, noncuranze verso di me, mi figuravo che mio fratello e mia cognata fossero molto più avversi al mio matrimonio, molto più amaramente ingiusti verso Violet e me di quanto erami lecito credere. E mi compiacevo, quasi, per la mala abitudine del mio cuore, di una tale ingiustizia che mi rendeva, in certo modo, più caro a me stesso. Ora l'idea che Violet scrivesse una lettera affettuosa a mio fratello mi destò una subita ripugnanza. Non la seppi vincere e nemmeno seppi, purtroppo, esser sincero; risposi che non avevo ancor detto nulla a' miei parenti, che per ora non era necessario di scrivere e che ad ogni modo sarebbe toccato a me di partecipar loro il nostro matrimonio e quindi a mio fratello di scrivere per il primo alla fidanzata.

Violet parve sorpresa e mortificata dalle mie parole. Allora compresi che questo silenzio serbato co' miei parenti la poteva offendere, e ciò mi recò più dolore che il non aver detto la verità.