—Non ne parlare!—rispose Violet sotto voce, ma con un impeto d'angoscia.—Non parlar mai più del male che t'ho fatto!
Camminammo in silenzio fino a casa. Appena passata la soglia Violet mi accostò le labbra all'orecchio, mi bisbigliò con voce lenta, grave di passione:
—Voglio essere amata col cuore, sai, non colla fantasia.
XXXIX.
Adesso è la cara, nitida Heidelberg che mi vien su dal cuore. Si va dall'Hôtel Victoria al Castello per la Wolfshöhle cogli amici nostri che hanno proposta e diretta questa gita di tre giorni.
Che ombre quiete, che verde odoroso, che musica di primavera in quei boschi profondi della collina, dove tanti viali salgono, girano, s'incrociano, si perdono nelle solitudini e mostrano ai crocicchi tacite indicazioni di luoghi invisibili!
—Fairyland—mi disse Violet, sorridendo.—Sì—risposi macchinalmente—Fairyland.—E mi passò il cuore un presentimento del tempo in cui quell'ora sarebbe lontana nella mia memoria, vi diventerebbe visione d'un Fairyland goduto un momento, perduto per sempre. Violet mi guardò.
—A che cosa pensi?—diss'ella.
—A niente—risposi.
Ella si dolse e si rise di me ad un tempo; ma poi mi disse sottovoce: