—Nessun sintomo allarmante?—chiese il medico entrando.

—Nessuno—rispose fratello Consolatore.

—Lasciamo con lui questa suora e ritiriamoci. Ciò che importa—soggiunse il medico volgendosi alla Immolata—è che quest'uomo creda in voi prima che siano trascorse due ore.

Tutti uscirono dalla stanza ad eccezione della donna.

Questa si appressò tremando al letto dell'infermo.

La luce melanconica della lampada azzurra, rischiarando il pallido volto, lo abbelliva di una tristezza funerea.

L'Immolata, al vedere quelle sembianze, potè a stento reprimere un grido.

Si gettò su quel corpo assiderato coll'impeto di una madre selvaggia che trova il proprio figlio ucciso da una serpe.

Le sue braccia, incrociandosi tra le chiome dell'infermo, sollevarono dai guanciali il capo estenuato; le sue labbra tumide di sangue, esuberanti di ardore, corsero avidamente a baciare una bocca, dove la morte già delineava il suo glaciale sorriso.

Quel bacio poteva essere eterno. L'Immolata, affiggendo le sue labbra a quelle dell'Albani, dovea trasmettere la vita o assorbire la dissoluzione.