Ma i presagi del Virey non tardarono ad avverarsi. L'infermo dopo alcuni istanti aprì gli occhi.

—Che è stato?—domandò con fioca voce.

L'Immolata trasalì, e cadendo in ginocchio presso il letto del malato, gli mormorò all'orecchio una parola che parve rianimarlo.

—Il vostro nome! il vostro nome!—ripeteva l'Albani, guardandola fissamente.

E allora, con un accento pieno di soavità e di tristezza, la genuflessa prese a parlare di tal guisa:

CAPITOLO XXIII.

Sogno di una notte di estate.

—Lassù, al paese, dove le figliuole non hanno cessato di portare con orgoglio i nomi delle loro madri, mi chiamavano Maria. Più tardi, mutando dimora e condizione, io presi il nome di Glicinia…

—La Glicinia è un pallido fiore—mormorò l'Albani.—Se voi non vi chiamate Fidelia, come accade ch'io vi vegga inginocchiata davanti al mio letto?

—È il posto che mi spetta; e non credo che altra persona al mondo più di me ci avrebbe dritto. Noi donne siamo portate ad amare con istinto materno coloro ai quali abbiamo dato la vita, e quando una di queste vite è in pericolo, noi sappiamo che per salvarla nessuna potenza umana uguaglierebbe la nostra!