«Seniore KEMPIS».

—Assurdità! assurdità!—si mormorava da ogni parte;—attendiamo una formale smentita.

Ma ecco, nel mormorio generale, spiccano delle grida più acute; i folletti di città guizzano tra le panche, saltano sui parapetti dei palchi, inondano il teatro di giornali.

Di là a pochi minuti, in un tetro silenzio, quelle trentamila persone adunate pel Comizio leggevano la lettera lasciate da Malthus:

«Correligionarii e fratelli,

«È stato un errore; tanto più illogico e imperdonabile a noi, che, professando i principii del naturalismo, pur nullameno abbiamo tentato di violentare la natura. Quando io mi sottoposi alla prova dell'assideramento, mi ero lasciato vincere da un orgoglio insensato. Ho creduto che la mia esistenza fosse necessaria al bene comune; non ho riflettuto che l'individuo conta per nulla, che i progressi della umanità si compiono pel concorso simultaneo di tutte le forze viventi. È necessario, perchè ognuno mi comprenda, che io esponga la diagnosi delle mie impressioni. Lo farò sinceramente e colla maggior brevità possibile. Quando i fratelli, esecutori fedeli del patto tradizionale, vennero or fanno tre giorni a risvegliarmi dall'assopimento, al mio primo risveglio io provai un senso di melanconica sorpresa. Mi si affollarono nella mente le idee colle quali mi ero addormentato mezzo secolo addietro; mi meravigliai grandemente nel vedere intorno al mio letto di granito delle figure a me ignote; domandai che fosse avvenuto dei fratelli i quali la sera innanzi mi avevano aiutato a coricarmi.

«—Avete dormito cinquant'anni,—risposero ad una voce gli astanti.

«—È vero! è vero!—risposi io raccapezzando le confuse memorie:—infatti… quella sera… i fratelli… gli apostoli… Ma, voi! voi, chi siete? Perchè quegli altri non sono al mio fianco?

«—Quegli altri—mi risposero—sono morti; e noi, eredi della tradizione, li abbiamo sostituiti.

«Io guardava con meraviglia e tristezza quei sembianti sconosciuti. Essi mi parlavano dei grandi progressi sociali avvenuti nel corso di mezzo secolo, mi annunziavano il prossimo trionfo della riforma naturalista, mi promettevano ovazioni, glorificazioni, quali nessun orgoglio umano avrebbe osato sognare. Io li ascoltava attonito, quasi svogliato. Portai la mano sul petto e ne trassi un medaglione sul quale era impressa l'effigie di una giovane marchesa da me adorata. Mi sovvenni che gli antichi fratelli si erano opposti al mio desiderio di metter a parte quella impareggiabile donna della misteriosa operazione che doveva per tanti anni tenermi disgiunto da lei. Si voleva che il segreto della mia assiderazione rimanesse esclusivamente affidato ai pochi apostoli; temevano che ella, per impeto di dolore e di amore, potesse tradirci. Con quali palpiti di gioia ribaciai quel ritratto!