—Mio fidanzato, mio fratello d'amore—riprese Fidelia con dolcissimo accento—dispensandoti dalla confessione io mi sono prevalsa di un mio diritto, ma non intendo perciò esonerarmi da' miei doveri. Al contrario, io ti prego di acconsentirmi questo sfogo dell'anima che la legge mi impone, perocchè io sappia che l'uomo non può gustare, nelle braccia di una donna, tutta intera la voluttà dell'amore, quand'egli non sia ben certo che questa donna non abbia mai appartenuto ad alcuno…
—E potrei io dubitare della tua illibatezza?—esclamò l'Albani trattenendo la giovinetta con dolce violenza.—Tutta la tua vita si riflette nel tuo purissimo sguardo. Nella freschezza delle tue mani, nella fragranza del tuo alito, nelle caste pieghe dei lini che disegnano le tue membra, io respiro la vergine, indovino una limpida fonte, a cui nessuno ha mai portato le labbra! La legge mi comanda di proferire a mia volta la parola perdono; ed io, per obbedire a questa legge, ti perdono la sola colpa che in te riconosco, quella di aver amato un uomo immeritevole di possederti.
I due fidanzati, nell'estasi di un lungo abbracciamento, non si accorsero che la porta si era aperta, che non erano più soli.
Speranza e fratello Consolatore entrarono nella rotonda.
Il ministro si accostò al due amanti per compiere la cerimonia dell'unione spirituale colla formola prescritta dai canoni religiosi.
—Io ti amo e ti amerò sempre!—disse l'Albani—mentre il sacerdote univa la sua mano a quella di Fidelia.
La giovinetta replicò la promessa con tremula voce. E mentre il ministro baciava in fronte i due sposi, dalla torre Garibaldi partirono i primi squilli del richiamo delle vergini.
La cerimonia era compiuta. I due giovani si levarono in piedi. La sposa del ministro offerse il braccio a Fidelia, e tutti quanti uscirono dal sacrario.
Appena sboccati nella via, l'Albani scosse la funicella che pendeva dalla sua gondola, e il conduttore, svegliandosi al suono dell'organetto acustico(7), calò a terra presso la porta.