Nel proferire quest'ultima parola, la voce del Torresani era divenuta fioca e rantolosa, come quella di un infermo accattone.
—Vero… verissimo… quanto voi asserite—riprese il Gran Proposto—i nemici naturali dei governanti sono i popoli governati. Le leggi, per quanto eque e liberali esse sieno—non cesseranno mai di rappresentare, nel giudizio del popolo, altrettanti vincoli di schiavitù. Noi, che ne siamo gli interpreti e gli esecutori, dobbiamo necessariamente subire l'odio delle moltitudini ignoranti e depravate… I popoli troveranno sempre dei pretesti per cospirare contro il principio di autorità che si incarna nei pubblici funzionari…
—Negli uomini più eminenti della Nazione…
—Dunque… come voi dicevate poco dianzi… noi dobbiamo fare a gara nel sostenerci… nel prestarci mano… nel renderci scambievoli servigi… dobbiam stringere una alleanza compatta…
—E solida…
—Usare di tutti i mezzi…
—Solidi…
—Che sono in nostro potere, onde far fronte a questa incessante reazione di popolo, che minaccia la nostra sicurezza personale, i nostri averi, i nostri titoli, e perfino la nostra tranquillità… la nostra pace domestica…
—Gran Proposto—interruppe il Torresani con una animazione artificiale che somigliava ad un impeto di zelo—se dal mio infimo gradino io posso qualche cosa per voi che sedete al più alto vertice della Gerarchia Governativa, non avete che a proferire una parola, ad emettere un ordine, perchè anima e corpo, io mi adoperi a vostro vantaggio… Non dico per vantarmi, ma credo, nel disimpegno delle mie attribuzioni, di avervi sempre dato prova di intelligenza, di abilità e sopratutto di molto zelo.
—Voi portate gloriosamente il nome del Torresani—rispose il Gran Proposto con accento solenne—epperò nelle emergenze difficili, io ebbi sempre ricorso a voi, ed oggi più che mai faccio assegnamento sul vostro ingegno, sulla vostra esattezza…