—Voi dunque approvate la mia risoluzione?

Il frate levossi in piedi e aperse l'uscio di nuovo per spiare se nessuno ci ascoltasse; poi abbassando la voce, mi parlò di tal guisa:

—I conventi, figliuol mio, furono istituiti da uomini che al pari di voi desideravano la quiete dell'anima e la meditazione. I fondatori degli ordini religiosi appartennero alla categoria dei disingannati; gente dai nobili e generosi istinti, dal cuore delicato e sensibile, cui la società, in compenso di opere benefiche, gittò in volto il vituperio e l'oltraggio. Ingenui che seminarono il benefizio e raccolsero l'ingratitudine; che elevarono la mente a studii di pubblico interesse, insegnarono dottrine umanitarie, combatterono il vizio potente, smascherarono l'impostura; e la massa ribelle degli stolti tentò schiacciarli colla persecuzione. Taluni ancora chiesero affetti alla donna, si affidarono ai sorrisi od alle carezze, e più tardi s'accorsero di essersi addormentati sovra un letamajo e d'aver adorata una carogna inghirlandata di rose. Il disinganno, fors'anco il disprezzo del mondo trasse i primi martiri della umanità a fabbricarsi un asilo su qualche alpestre dirupo. Si istituirono leggi severe di abnegazione, di lavoro perpetuo; si tentò colla disciplina, col digiuno e meglio ancora colla dimenticanza di ogni affetto terreno, di indurare l'anima e il corpo a tutti i mali inerenti alla nostra fragile argilla. E nella solitudine del romitorio molti meditarono efficaci provvedimenti a redimere la società; raccolsero e studiarono i codici della civiltà antica, per diffonderla poscia a benefizio delle generazioni future; e moltissimi tramarono contro i tiranni, facendosi scudo del pregiudizio che rendeva il loro asilo inviolabile per seminare i primi germi di quelle idee di emancipazione, che oggidì mandano frutti copiosi. Ma ora, le cose mutarono aspetto—lo studio, la dottrina, le generose idee appartengono alla umanità tutta intera—nei conventi entrò la pazza ignoranza e l'odio del bene.—Mentre il secolo si illumina e si ringagliardisce, qui le tenebre si fanno più dense. Figliuol mio, non vi lusinghi la pace apparente. Ove alberga l'odio, non può essere pace vera. Questi monaci, che voi vedete sì manierosi, sì fervidi nella preghiera, sì umili e rassegnati, sono altrettanti cospiratori, pronti, ove il potessero, ad immolare metà del genere umano per ridurre al servaggio e all'abbrutimento l'altra metà.

Le parole di padre Domenico, il tono della sua voce e il fuoco del suo sguardo mi destarono un fremito nell'anima. Una idea terribile mi balenò alla mente. Dio sa quanto avrà sofferto e quanto soffre ancora questo povero monaco nel dover convivere con gente di tal fatta!

Il buon frate mi lesse nel cuore, e riprese a parlare di tal guisa:

—Tu indovini i miei dolori, o figliuolo, hai ragione di compiangermi. Io fui ingannato due volte nel corso della vita: la prima volta dal mondo, ed ho potuto separarmi da esso—la seconda volta dal convento, e pur troppo dovrò rimanervi per sempre...

—Perchè non profittate delle attuali agitazioni politiche per fuggire da questo carcere? Molti altri lo hanno fatto...

—Ed han fatto male, interruppe il frate. Il soldato che prestò giuramento non può senza infamia disertare dal suo corpo. Non voglio tradire il voto che io ho fatto a Dio. D'altronde, io sono vecchio, e sento che il mio cuore è già quasi consunto. Se il mondo e il convento mi hanno tradito, il Dio in cui fermamente credo, mi promette un asilo dove troverò la vera pace. Prima che in questo, io vissi due anni in altro convento poco lunge da Bologna. Il padre guardiano mi odiava; io era segnato a dito come un eretico, fui più volte calunniato da' superiori ne' loro rapporti al grande Rettore di Roma; questi mi inflisse castighi e supplizii. Per circa due mesi giacqui sepolto in un pozzo, ove ogni giorno mi si gettava l'alimento più infetto.—E i castighi e le vendette del padre guardiano servivano di trastullo agli altri miei colleghi, i quali mi perseguitavano con una raffinatezza che la solitudine e gli ozii del convento rendevano più imaginosa. La rivoluzione di Roma e la fuga di Pio IX mitigarono alquanto i rigori della mia sorte.—Da due mesi fui qui inviato, e l'ipocrisia dei monaci si giova del mio nome per far credere ai buoni popolani di Grottamare che in convento si nutrano idee liberali e patriottiche.—Però, di tratto in tratto il padre mi tuona all'orecchio delle minaccie... Se la buona causa italiana rimarrà schiacciata entro le mura di Roma, se il Pontefice verrà ripristinato nel suo Governo, io so qual destino mi attende. Esser sepolto vivo in qualche andito segreto dell'ortaglia.... e morire di lenta, dolorosa agonia. Non potete figurarvi quanto ingegnosa sia la mente di codesti frati nel tormentarmi! Alla mensa, quando è imposto il silenzio, fingendo dimenticanza, il cuoco non mi reca il mio piatto—alla notte mi disturbano con rumori infernali nella mia cella, o mi introducono fra le coltri qualche sudicieria. Essi credono far opera di devozione—ond'io prego Iddio acciò perdoni loro il male che mi fanno. Così potessi illuminarli e condurli dal fanatismo alla religione, ed alla carità evangelica! Ma la corruzione ha messe troppo profonde radici qui dentro e il monaco si è trasformato nel più orribile dei mostri—il mostro che odia, che perseguita, che uccide, credendo di operare il bene e di rendere omaggio alla divinità.

Appena il frate ebbe finito di parlare, io vidi due grosse lagrime corrergli giù per le guancie. Le sue labbra si agitarono mormorando una preghiera. Io gli strinsi la mano e vi impressi un bacio. In quel punto, sentii bussare alla porta, e una voce nasale profferire il Deo gratias!