L'idea di vestire l'abito religioso mi assaliva ad ogni tratto. Attraversando i fertili gioghi della Toscana e della Romagna, dappertutto si erano affacciate al mio sguardo scene atrocissime, alla cui memoria la calma solenne che in quel momento mi circondava, parevami il più desiderabile d'ogni bene terreno. Poi, quale strano passaggio dalla vita dell'istrione alla vita del monaco! Che bella cosa scomparire dal mondo, essere dimenticato da tutti, non aver altro di comune col resto degli uomini che l'aria ed il sole! Svegliarsi prima dell'alba, scendere coi fratelli nella chiesicciuola; quindi uscire in sul sacrato a salutare i crepuscoli, svagarsi nel paesello, entrare aspettato e desiderato nella casuccia del colono, consolare delle sventure e raccogliere dei sorrisi; poi tornando al convento intrattenersi nella fresca biblioteca a sfogliazzare dei grandi volumi.

E la mia fantasia andava più oltre; errava di paese in paese, di città in città, ideando le più strane avventure. Mi pareva d'esser già frate... d'avere una barba lunga fino alla cintura, il cocuzzolo calvo, e una imponente protuberanza di addome. Il padre superiore mi ordina di recarmi a Milano per predicarvi la quaresima.—Giungo—attraverso le contrade—veggo gli amici, le donne a me note—nessuno mi riconosce; la barba ed il ventre mi hanno completamente trasformato.—È la prima domenica di quaresima—il popolo attende nella chiesa di S. Marco il nuovo predicatore—io comparisco sul pulpito e comincio a tuonare.... il mio sermone. All'indomani i penitenti assediano il confessionale, ed io me ne sto accovacciato fiutando tabacco e coscienze. Una donna si presenta alla grata... io la conosco...—la interrogo—essa mi rivela i segreti del suo cuore.—Nell'epoca in cui diceva d'amarmi ella accordava i suoi favori al professore di musica, e intratteneva un carteggio sentimentale col figlio del mio parrucchiere... A tal confessione, io non so reprimermi, minaccio la penitente del fuoco eterno... la fulmino colla scomunica, e attraverso la grata le faccio udire il mio nome accompagnato da uno scroscio di risa sarcastiche...


CAPITOLO III.

Padre Domenico mi sconforta dal farmi Francescano.

Mentre io andava di tal guisa fantasticando, udii picchiare sommessamente alla porta. Era un frate, vecchio, dall'occhio vivace, dal sorriso melanconico e dolce. Padre Domenico (tale era il suo nome di convento) entrò nella mia camera colla timidezza di una fanciulla o piuttosto d'un collegiale che tema essere còlto da' superiori in atto di indisciplina. Si avanzò di alcuni passi, indi chiuse la porta con cautela, dopo aver spiato nel corridojo se qualche importuno lo avesse seguito.

—Ebbene? mi chiese il buon monaco,—come passaste la notte?

—A meraviglia, risposi. Ed ora mi trovo siffattamente commosso dalla pace solenne che spira in questo asilo, che ho risoluto di presentarmi al padre guardiano onde implorare di essere ammesso nell'ordine.

Padre Domenico sorrise, ma quel sorriso aveva una espressione di tristezza e di ironia. Poi, dopo breve silenzio:

—Il convento ha le sue attrattive per le anime sensibili e poetiche. L'amore degli agi, del lusso, dei piaceri, l'ambizione della gloria, della potenza, sono esca ingannatrice negli anni più bollenti della vita; ma per tutti giunge un'epoca di disinganno e talvolta di disperazione, che ci fa rifuggire da quei beni fallaci, a cui giovanetti aspirammo con tanto ardore. L'uomo di cuore, l'uomo che a tempo sa leggere nel libro della verità, o tosto o tardi prova il fastidio, il ribrezzo del mondo, ed un solo bene domanda, un bene modesto e tranquillo: l'isolamento e la pace.