Allora rientrai nella camera, accostai una sedia al letto della malata, ed ella mi parlò di tal guisa:
—Io son figliuola d'un ricco possidente di Ascoli. Sposai da circa sette mesi un giovane che io amava con tutto il fervore dell'anima. Mio padre, uomo burbero e di principii severi, si era opposto a quelle nozze. Spiacevangli nel mio Carlo l'orgoglioso carattere, l'indole ardente, la tenacità nei propositi, certa naturale fierezza, che a me lo rendeva accetto, e la mia mente giovanile vieppiù infiammava dell'amor suo.
«L'amore non ragiona. Le controversie che io incontrava, mi erano sprone a tentare ogni mezzo di riuscita. Pregai, piansi, posi in opera tutte le arti che ad onesta fanciulla suggerisce la passione: Carlo fu mio.
«Il giorno delle nozze si passò in feste e tripudii. Alla sera, congedati i parenti e gli amici che avevano assistito alla cerimonia, il mio sposo uscì di casa per pochi istanti. Quand'egli rientrò, il suo volto era pallido, i capegli ritti in sulla fronte, la voce tremante e convulsa.
«—Donde vieni? che ti è accaduto? gli chiesi spaventata.
«—Nulla, rispos'egli, nulla. Una facezia... uno scherzo...
«Io mi appoggiai al di lui braccio, e commossa da terrore, d'amore, da mille indistinti affetti, lo seguii nella stanza nuziale.
«Quella notte, in cui sperava dovesse aprirmisi il paradiso...»
Qui la bella Ascolana interruppe il racconto, fissandomi in volto uno sguardo scrutatore quasi esitasse di proseguire.
Dopo breve silenzio, crollò il capo mestamente, mormorando a voce bassa: