—Bisogna pure ch'io sfoghi il mio cuore; e voi mi avete l'aria d'onest'uomo...
—Signora, se voi dubitate di me, io vi prego di troncare una confessione di cui non vi ho richiesta...
—Vi par egli ch'io l'avrei cominciata, se il cuore non mi avesse prevenuta in vostro favore? Permettete soltanto che io vi taccia come la notte del mio matrimonio per me si passasse. Quella ricordanza mi empie di raccapriccio. Vi basti sapere che dove io attendeva tenere carezze, e cento delizie da lunga pezza vagheggiate, trovai le convulsioni della paura, i delirii del rimorso. Mio marito poche ore innanzi era divenuto assassino.
—Basta, o signora, diss'io rabbrividendo. Preferisco ignorare il resto d'una tale istoria.
—Poichè il mio labbro ha proferito l'accusa contro l'uomo di cui porto il nome, è necessario ascoltiate anche le sue discolpe.
—Voi potete risparmiarle; io non ammetto discolpe pegli assassini...
—Signore... vi hanno delle ragioni politiche...
—Avete voi per queste ragioni politiche sentito men vivo il ribrezzo nello stringere la sua mano grondante di sangue?
—Nella prima notte che io passai al fianco di Carlo, appena egli mi ebbe rivelato l'orribile segreto, io fui presa da ribrezzo, e mi ritrassi inorridita dall'amplesso sanguinoso. Ma quando il mio sposo mi fece suonare all'orecchio le sante parole: Italia e libertà! parole ch'io mai non aveva udite prima d'allora, parole che d'un tratto mi svelavano un nuovo mondo d'idee, di speranze e di aspirazioni; allora cessò il ribrezzo del sangue; una forza magnetica mi attrasse di bel nuovo verso colui che mi parlava quel gagliardo linguaggio—io non vidi più nel mio Carlo un assassino, ma il vendicatore di un popolo oppresso, lo strumento della giustizia di Dio...
—Voi l'amavate davvero il vostro Carlo, e veggo che l'amate ancora...