Discesi a Grottamare inferiore—corsi alla casa del Birecchi, il solo artista che ancora mi rimanesse fedele; ma qual fu il mio stupore nello intendere che il perfido dentista la notte precedente era partito per Camerino!

Allora sentii mancarmi le forze—ebbi un momento di vertigine—con un lampo di strabismo mentale lanciai gli occhi nel passato e nell'avvenire—poi, in un accesso di disperazione, risolvetti di dare il concerto da solo.

Ma come fare? Il tempo stringeva. E conveniva ripulire il teatro, farvi trasportare un pianoforte, trovare un maestro accompagnatore, destinare qualche galantuomo alla sopraintendenza della cassetta; e il mezzogiorno non era discosto, ed io mi sentiva già stanco dalle contrarietà indurate. Poichè vidi che ogni cosa volgeva alla peggio, e pareva decretata dai fati la mala riuscita di quella intrapresa, io pensai bene d'andarmene a pranzo, indi sdraiato sovra un divano, attendere l'ora dello spettacolo, che, secondo tutte le probabilità, doveva terminarsi con una pioggia di sassate.

Quel giorno pranzai all'albergo del Marcuccio in compagnia dell'Ascolana. Prevedendo i pericoli che in quella sera mi minacciavano, la pregai di non intervenire allo spettacolo—indi attesi rassegnato l'ora di recarmi in teatro.

Il sole volgeva al tramonto, quando un messo del sindaco, accompagnato dall'ottimo sagrestano, recommi le chiavi del teatro. Io le presi tremando, come se il ferro dovesse bruciarmi le dita. Il sagrestano cavò di tasca una ventina di moccoli, che egli aveva raccolti nella chiesa acciò mi servissero per l'uso profano di illuminare la platea.

Poichè i due messi furono partiti, mi feci recare dal Marcuccio quattro bottiglie di vino: le collocai in un paniere coi moccoli e le chiavi, indi, recatomi il paniere sottobraccio, tutto solo, a lenti passi mi avviai verso il teatro, ove mi chiusi, e cominciai a prepararmi alla rappresentazione, vuotando d'un fiato una bottiglia.

Alle otto ore la sala era illuminata.—Apersi la porta—una ondata d'uomini, donne e fanciulli si precipitò per entrare.

Alto là! gridava il sagrestano, agitando un randello.—Guai a chi entra senza pagare! Morte ai ladri! Indietro la canaglia! Viva la cortesia, la generosità! Trattasi dell'onor del paese! Bravi figliuoli! Attenti al bacile!... Ah! sta bene! Grottamare è il paese dei nobili cuori!..

Diffatti in meno ch'io vel dica, eran piovuti nel bacile un centinaio di paoli e una ventina di papetti.

Finito quello sfogo popolare, l'alta aristocrazia del paese, capitanata da un conte e da un barone, sfilò dinanzi al bacile, gettandovi grosse monete d'argento. Alle otto e un quarto circa, la platea, i palchi, il loggione eran colmi di gente—e il bacile presentava l'aspetto più consolante.