Suonavano le nove del mattino, quand'io sentii bussare leggermente alla porta della mia celletta.

—Son io, disse il sagrestano avanzandosi con esitazione.

—Che vi ha di nuovo?

—Una disgrazia. Ieri io aveva promesso di concorrere co' miei pochi talenti allo spettacolo di questa sera; voi vi affrettaste ad iscrivere il mio nome sull'avviso; ed oggi...

—Ebbene?

—Oggi non posso...

E qui il buon sagrestano a ripetermi le proteste del curato e del coadjutore, i quali non permettevano che egli uomo di chiesa, avesse a prender parte ad uno spettacolo tanto profano. Si trattava nientemeno che di un terribile dilemma, per cui il povero figliuolo era minacciato di perdere il suo impiego nella bottega del Signore.

—No: buon sagrestano; tu non verrai dimesso della tua carica, risposi io stringendogli la mano. Annunzieremo al pubblico la tua improvvisa indisposizione, e il Birecchi ti supplirà strappando otto denti in luogo di quattro.

Io non aveva finito di profferire queste parole, quando il direttore della banda civica entrò anch'egli nella mia cella con aria compunta. Egli veniva ad annunziarmi che i quattro pezzi di scelta musica non si potevano eseguire per quella sera. I dilettanti del paese già da quattro anni non si erano più dilettati di suonare in concerto. Ricorrendo a i loro istrumenti, aveanli trovati guasti dalla polvere e dal verde-rame.—Al corno mancavano due cerchielli, al flauto tre chiavi, all'oboe il becco; e nella gran canna del bombardone già da molto tempo avea preso dimora una colonia di sorci. Oltre di ciò, nel paese non si trovava altro pezzo di musica fuori di una marcia funebre scritta otto mesi prima, dal maestro C..., in occasione di illustre matrimonio.

In brevi parole.—Prima che il mezzogiorno fosse suonato, tutti i dilettanti e professori, che doveano prendere parte al concerto, vennero da me per iscusarsi di non poter adempiere alle loro promesse.