—Bevete, signor cantante! bevete! perocchè avete diritto alla vostra parte di bottino. Voi andavate a Roma per cantare, non è vero? E questi altri signori, che venivano dietro a voi, erano forse i professori d'orchestra ed i coristi... Sta bene! Ma a noi altri Francesi non le si danno ad intendere così grosse! Due carri di polvere... Vi par nulla?
—Fiat voluntas Domini, esclamai vuotando d'un sorso il fiaschetto. Un uffiziale francese giovanissimo, già decorato nelle campagne d'Africa, adocchiava l'Ascolana furtivamente, poi venne ad offrirle il braccio per accompagnarla nell'interno di un casolare a poca distanza dal ponte. Ella si volse a me quasi per consultarmi; l'uffiziale, interpretando quell'occhiata:
—Signora, le disse, io non intendo disgiungervi da vostro marito, egli può seguirvi, se ciò gli aggrada.
Entrammo in una stanzaccia a pian terreno, dove altri uffiziali facevano colazione, onorando senza ritardo i giamboni, i formaggi ed i fiaschetti di vino che poco dianzi avevano legalmente acquistati. All'entrare della bellissima donna, tutti quanti si levarono in piedi. L'Ascolana parlava il francese a meraviglia: ella, che da parecchi giorni, esausta di forze, scorata, direi quasi intorpidita dai patimenti fisici e morali, pareva avesse perduta la loquela; commossa ora dal nuovo infortunio riacquistò d'un tratto quell'energia, quella vivacità di linguaggio che erano a lei naturalissime. Sedette a tavola cogli uffiziali; volle che io le stessi a fianco, e mangiò coll'appettito convulso di chi ha l'anima fortemente agitata. Alle galanterie francesi rispondeva con una disinvoltura ammirabile: I poveri soldati, che forse da tre o quattro mesi non avean fiutata una gonnella, cadevano in deliquio, si dimenavano sulle scranne, torcevano gli occhi, insomma, per servirmi d'una frase Dantesca:
Non avean membro che tenesser fermo.
—Voi avete là una bella moglie! mi sburravano all'orecchio i commensali più vicini, empiendomi in pari tempo il bicchiere.
—Donna adorabile!
—Donna fascinatrice!
—Che occhi!
—Che labbra!