Il conte, giungendo le mani, balbettò qualche parola di scusa, e proseguì di tal guisa:

«Sì, ne convengo, fu un atto di imbecillità…. Inseguendo quella donna, io correva dietro alla sciagura, al disonore, al ridicolo… Non vi parlerò dell'infame tranello che mi attendeva a Borgoflores dove l'indegna si era rifugiata…. Vi basti sapere che, arrivato colà, io fui insultato, preso a schiaffi, trattato da demente. Eppure quando seppi che colei era partita dalla città coll'intendimento di pernottare a Mirlovia, io mi gettai ancora come un forsennato sul suo cammino…. Avevo giurato di raggiungerla, di sorprenderla nel sonno e trucidarla colle mie mani. Arrivai a Mirlovia al sorgere dell'alba. E già, coll'atroce proposito in cuore, io dirigeva i miei passi all'albergo del Pappagallo dove sapevo che la turpe donna era alloggiata, quando lo squillo delle campane, quello squillo melanconico e solenne che ha sempre esercitato un gran fascino sul mio spirito, mi arrestò sul cammino…. Al furore subentrò nel mio animo una cupa melanconia. Perchè avrei ucciso quella donna? Con qual frutto? Al ridicolo che già mi copriva, all'ignominia, al dissesto, avrei aggiunto il supplizio dei rimorsi.

»Ecco, buon padre, per qual rapida transazione di sentimenti e di idee, volendo sciogliermi ad ogni costo da questa camicia di Nesso in cui mi trovo da due anni avviluppato, deliberai di troncar il filo dei miei giorni.

—Avete ben riflettuto? chiese il visconte con voce severa. Non nego che la vostra posizione sociale sia pregiudicata… Ma, infine… credete voi che non vi abbia altra via per uscirne, fuori quella disperatissima e peccaminosa del suicidio?

—Nessun'altra, rispose il conte.

—Siete dunque risoluto?…

—Lo sono.

—E se io vi pregassi in nome di Dio?…

—Sarebbe vano. Io vado soggetto, fin dalla mia più tenera infanzia, a fierissimi attacchi di forza irresistibile, e in questo momento mi sento preso più che mai. Credete voi che al tribunale celeste si tenga conto dei casi di forza irresistibile?

—Ne sono convinto.