Frattanto, all'albergo del Pappagallo, la contessa di Karolystria ed il visconte Daguilar hanno finito di consumare il loro pranzerello in un gabinetto riservato.
La contessa è radiante, il visconte le ha recato il documento che attesta la demenza del diletto consorte, e la prospettiva del prossimo divorzio la riempie di giubilo. Fra pochi istanti, ella partirà per Rosinburgo in compagnia del simpatico gentiluomo, che l'ha sì validamente protetta ed assistita. Che più le rimane a desiderare?…
Mentre la bella e avventurosa donna sta assaporando la sua felicità leggermente ingrossata di una polpa di costoletta, il visconte si intrattiene coll'albergatore.
—Possibile che in Mirlovia non vi sia riescito di trovare un cavallo di puro sangue, da appaiare alla bella e vigorosa puledra della signora?
—Tutte le mie ricerche furono vane. Quando si dice: destino! Figuratevi che appunto questa mattina, uno dei più stupendi cavalli di razza che io m'abbia veduti, è proprio andato a fratturarsi le gambe in un burrone a dieci passi dal paese! Io l'ho comprato da un villano pel valore della pelle e della carne.
—Fosse il mio morello! esclamò il visconte vivamente commosso.
—Mantello bruno…
—Una stella bianca sulla fronte…
—Una ciocca parimenti bianca nella coda…
—Era lui! era lui! gridò il visconte battendo il pugno sulla tavola; il mio buon morello!… ma dov'è? che avete fatto di quell'eccellente animale, a me più caro di un fratello?…