—Zabakadak! lo zingaro! colui che vi nominò erede di tutte le sue sostanze morte e da morire! esclamò il visconte, passando dalla incredulità assoluta alla sorpresa di chi intravvede il probabile nell'assurdo.
—Sul limitare della tomba, disse la contessa coll'enfasi della convinzione, un uomo non può mentire. Tra gli spasimi di una agonia resa più atroce dai rimorsi, Zabakadak mi ha tutto rivelato. Unica depositarla di un segreto, che senza il mio intervento, poteva scendere nella tomba con quello sciagurato di zingaro, io sono in grado di fornire tali prove sull'identità del regio infante, che il re, la corte, la nazione, l'Europa intera dovranno arrendersi all'evidenza del fatto.
—E queste prove, se è lecito?…
—Un amuleto con impronta dello stemma reale, che il bambino portava al collo il giorno in cui venne rapito.
—Buono, l'amuleto!
—Una crocetta in brillanti, dono della regina madre…
—Buonissima la crocetta.
—Una protuberanza ossea cartilaginosa al garretto destro, somigliante allo sperone di un gallo….
—Stupendo, lo sperone! Vengano ora a negarmi le influenze dell'atavismo! Tutti sanno che l'augusta bisavola dell'infante non smetteva mai gli speroni, né anche nelle sue rare ascensioni sul talamo reale.
—Tanto meglio! Vedo che vi arrendete all'evidenza delle prove, e questo mi rassicura sulla riuscita de' miei disegni. Dovrò io ancora, dopo quanto vi ho esposto, nominarvi il banchiere, al quale dovrete presentarvi per riscuotere la somma che ho messo a vostra disposizione?