«Lo giorno se ne andava» e il visconte sepolto nelle foglie, lo zigaro in bocca, la rivoltella in pugno, attendeva colla fede del giusto, colla sicurezza del forte, l'ora della liberazione.

Le tenebre non erano ancora tanto fitte, che l'occhio non potesse discernere i contorni degli oggetti.

Un sordo calpestìo distrasse il visconte dalle erotiche fantasmagorie che lo cullavano in quel letto ancora pieno di tepori e di profumi femminili.

—Così presto! pensò egli, rizzandosi sui gomiti. No! è inverossimile… Non è scorsa mezz'ora dacchè la contessa è partita; impossibile ch'ella abbia già rimandato il mio cavallo e i miei abiti. E poi, soggiunse il visconte dopo aver ascoltato in silenzio, questo cavallo non batte la strada maestra… lo scalpitìo è ammorzato dalle eriche e dalle foglie… A buon conto, prepariamoci agli eventi!

Il visconte balzò in piedi, e appoggiandosi dietro un albero, prese di mira, per quanto gliel consentissero le tenebre, il quadrupede che si avvanzava alla sua volta.

Era una cavalla di purissima razza maltese, una cavalla che i nostri lettori hanno già visto comparire in questo racconto; era, affrettiamoci a dirlo, la elegante e baldanzosa puledra che poco dianzi aveva costeggiato la selva, portando in groppa la contessa Karolystria.

Il visconte, vedendo la bestia soffermarsi, emise dal petto un chi va là? che avrebbe fatto indietreggiare un esercito di dragoni.

Nessuna voce. La cavalla scalpitava e dondolava la testa fiutando il terreno.

L'intrepido visconte si slanciò, afferrò la bestia per le nari, e facendo scattare il grilletto della pistola, proferì una minacciosa intimazione.

—Cos'è dunque codesto carico di stoffe addossato alla sella? esclamò il visconte pienamente rassicurato di non avere a fare con malandrini.