CAPITOLO ULTIMO.
Ciò che abbiamo stampato fin qui, è opera di Roboamo Puffista, di quel grande e insuperabile piantatore di puff, che ha lasciato nelle più vaste e popolose metropoli di Europa unʼorma incancellabile del suo passaggio.—Lʼesistenza di questʼuomo insigne fu pari a quella di certi serpenti che, a dire dei naturalisti, dappertutto ove strisciano abbruciano lʼerbe.
È doloroso che questo filosofo profondo non abbia potuto compiere il suo libro, rapito, comʼegli fu, da morte immatura nellʼospedale dei Frati Fate-bene-fratelli.
Lʼultime parole chʼegli ebbe a profferire al termine di unʼagonia dolce e serena, come suol essere quella degli uomini giusti che hanno impiegato degnamente la loro esistenza o che sono certi di lasciare una indelebile ricordanza alla posterità, furono le due strofe che qui riportiamo:
Vissi puffando il prossimo;
Ora, a morir vicino,
Vorrei puffar le esequie
Al prete ed al becchino:
Genio del puff assistimi!
Che dʼogni impresa mia
Questa è la più difficile,
Puffar la sagrestia!
Con questi versi sul labbro, moriva Roboamo Puffista. Come ognun vede, fino agli ultimi istanti della vita, questʼuomo ammirabile si mantenne fedele alla santa causa del puff!
Egli fu sepolto senza pompa, nel silenzio della notte. I suoi correligionarii non seppero della sua morte che quando non erano più in tempo a prestargli i dovuti onori. Se i fratelli fossero stati avvertiti in tempo debito—noi avremmo veduto quanto vi ha di meglio in Milano, nellʼalta aristocrazia del blasone, del commercio, dellʼindustria, delle scienze, delle lettere e delle arti, accompagnare allʼultima dimora il confratello.....puffista!
Povero Roboamo! che i creditori ti siano leggieri!