—Nella grande commedia della società umana—rispondo io, senza punto esitare. E tu, mio ottimo amico, dovrai naturalmente soggiungere: lapidiamolo!
—Lapidiamolo!—ecco signori capocomici, quale sarebbe il verdetto del pubblico, se mai dovesse, per un vostro esiziale abberramento, rappresentarsi la mia commedia davanti e quel consesso di ipocriti che chiamasi il pubblico.
Che volete? la parola mi è sfuggita, nè mi indurrei per tutto lʼoro del mondo a cancellarla.
—Il pubblico sarà davvero, come suoi chiamarsi un ente rispettabilissimo e moralissimo; ma esso, mi ebbe sempre lʼaria di un don Basilio, o per dirla più schietta, dʼun gesuita, anzichè di un libero pensatore e di uno schietto galantuomo.
Ciò si deve in buona parte alla pessima educazione che egli ricevette pel corso di più secoli dagli autori drammatici e dai critici dellʼarte.
Allorquando, anni sono fu data a Trieste lʼopera Gli Avventurieri (e la presente commedia è in parte desunta da un mio libretto che porta un tal titolo), i giornalisti di colà, fedelissimi interpreti della pubblica opinione, levarono sì alte grida per la immoralità della catastrofe, che io feci giuramento di non recarmi giammai in quella città per paura di esservi arrestato come un manutengolo di ladri.—Quale orrore!—Un libretto dʼopera, dove il protagonista, dopo aver commesso parecchi furti, riesce ad imbarcarsi sur un legno mercantile colla probabilità di approdare in Africa sano e salvo col suo grosso bottino! Ciò è contrario a tutte le leggi della morale: non è vero?—Ed ecco il delitto del librettista.
In teatro ci vuol ben altro.—In teatro, le duecento signore che a lato dei becchi mariti assistono alla commedia, vogliono che lʼadulterio sia punito dalla separazione, dallʼinfamia, o meglio, da una palla di piombo.—I duecento o trecento ladri arricchiti che assisi nei palchi e nelle sedie fisse si arricciano i mustacchi col guanto, impietrirebbero di raccapriccio se un meschino tagliaborse del palco scenico non cadesse regolarmente allʼultimo atto nelle mani della regia Procura. Si vuole ad ogni costo che nel mondo della luna (parlo del palco scenico) avvenga il contrario di ciò che ordinariamente si verifica nel mondo reale.
Tiriamo dunque innanzi....
Tiriamo innanzi?—signori no?—Per mio conto, ne arrossirei. Il teatro appartiene ai mistificatori—chi vuoi fare della ipocrisia, sa dove trovare degli ipocriti sempre disposti ad applaudire.
Se qualcuno venisse a dirmi: opera il bene e rifuggi dal male, perocchè o tosto o tardi la virtù trionfa e il vizio è punito; gli risponderei a bruciapelo: tu sei un impudente che mentisci sapendo di mentire. Orbene: questa gaglioffa e codarda menzogna la si vuoi ripetuta ogni sera dal proscenio, sotto comminatoria, per chi ardisce emanciparsi, di sentirsi fischiato e insultato come un pervertitore del pubblico.