CAPITOLO III.

La vittima.

Cosa si intende per vittima nel linguaggio puffistisco?

La vittima è quellʼente individuale o collettivo destinato a rappresentare, in un contratto puffistico, la parte passiva, quella parte che più tardi gli accorderà il nobile titolo di creditore.

Tutto gli individui della specie umana possono in date circostanze divenir vittima di un contratto puffistico—ad eccezione di quei nullatenenti che non danno veruna promessa di tenere in un avvenire prossimo o lontano.

Il grande puffista, il puffista di prima classe non può umiliare il suo vasto talento alla designazione di una vittima individuale. Il puffista di prima classe non può esercitare il suo genio che sopra una vittima collettiva. Il mondo è tutto per lui. Egli non ha bisogno di studiare la società e le persone che lo circondano—egli segna i suoi piani sulla carta geografica—egli invade i territorii, le provincie, le città. Egli sa che dappertutto cʼè pastura pei suoi denti. Simile allʼavoltoio si lascia cadere a piombo dalle regioni nuvolose—il suo istinto gli dice che la terra è popolata di pecore—e che dove ci sono pecore, cʼè lana da tondere, ci sono costolette da friggere.—La vittima del puffista di prima classe non può essere che un ente collettivo!

Non a caso vi ho detto che questo avoltoio si lascia cadere a piombo delle regioni nuvolose. Quando un puffista di prima classe incomincia ad esercitare la sua missione in una città, è assai difficile che alcuno sappia dire da qual porta egli vi sia entrato, e in qual giorno vi abbia preso dimora.—È un russo, è un lord inglese, è un ex-pari di Francia, è un segretario del Bey di Tunisi, è un cavaliere della Guadaluppa... Donde viene? a che viene? Non importa si sappia. Gli è appunto sullʼincognito, sul misterioso, che deve basarsi il grande edifizio.... Vedete quei volti estatici e balordi? quelle bocche spalancate? quegli occhi ebeti di meraviglia? Sono le vittime in germoglio.—Aspettate! fra una settimana... fra un mese... voi mi darete le nuove del vostro incognito!

Perchè vi formiate un concetto del puffista di prima classe, perchè vediate di un solo tratto comʼegli possa riuscire a mistificare in un giorno una intera popolazione; voglio rammentarvi una storiella avvenuta a Como or fanno quarantʼanni circa—una storia di cui molti non avranno perduto il sovvenire, coloro in specie che ebbero la fortuna di rappresentare in quella occasione la parte di vittime.

Nel settembre dellʼanno 1836, verso lʼora di mezzodì, un elegante giovinetto bizzarramente vestito usciva dallʼalbergo dellʼAngelo col portamento di un nobile e brioso puledro che fiuti la carriera per slanciarvisi di galoppo—era alto, di struttura quasi atletica, di viso rubicondo; e il bruno dei suoi capelli, il fuoco dello sguardo, la pienezza delle gote, la rotondità della sua corporatura porgevano il tipo di un meridionale puro sangue. Ma era convenuto che quel signore eccentricamente abbigliato di un soprabito a scacchi verde-pavonazzo dovesse chiamarsi lʼinglese—e il nostro puffista (affrettiamoci a designarlo col suo titolo più competente) si lasciava chiamar inglese col miglior garbo del mondo.

A quellʼepoca tutti gli inglesi erano ritenuti milionari come più tardi lo furono i russi. Oggigiorno queste due razze hanno alquanto perduto del loro credito proverbiale—e un puffista che sappia il suo conto non oserebbe in Italia avventurarsi ad una impresa gagliarda senza assumere il titolo di indiano o di brasiliano.