Tomm.—Sarebbe un vero ricatto.
Cav.—Sarebbe la cosa più giusta del mondo, ovverosia la più legale, giuridicamente parlando. Che diamine, signor Tommaso? non era io forse il procuratore generale di quella buonʼanima di vostro fratello... che Dio lʼabbia in gloria?... Ora, le carte che sono ancora in mia mano parlano chiaro... Il signor Marco possedeva allʼepoca della sua morte un capitale di L. 10000 in contanti, un albergo bene avviato, e il valore nominale di L. 13500 in poderi censiti or sono due anni. Nel suo testamento egli dichiarò erede universale il figlio Giacinto. Quel pazzo ha preferito buttarsi alla vita di avventuriere anzichè restarsene tranquillamente a casa sua a mangiare un pane sicuro... Voi avete profittato dellʼassenza del nipote per prendere le redini dellʼalbergo, e si vuole che abbiate ipotecati varii poderi... che appartengono allʼassente di ignota dimora... Voi comprenderete che la coscienza, il sentimento della giustizia e della onestà mi impongono di agire....
Tomm.—Voi volete perdermi?....
Cav.—Al contrario... Se le mie intenzioni fossero ostili, a questʼora il processo sarebbe già incoato, e il vostro nome, la vostra riputazione di onestʼuomo avrebbero già subito qualche scalfitura.—Ho creduto bene di prevenirvi... di mettervi in guardia, e ho sempre atteso come attendo in questo punto, una vostra parola per gettare alle fiamme i miei scartafacci, e per ridonarvi, con una buona stretta di mano, la mia stima e la mia amicizia.
Tomm.—Ah! la vostra stima! la vostra amicizia! E chi vi ha detto, signor Cavillo, che io ci tenga molto alla vostra stima ed alla vostra amicizia?
Cav.—Signor Tommaso... cogli avvocati non si scherza!....
Tomm.—Signor arruffacause, mi si tolga dai piedi...!
Cav.—Se questa è la vostra ultima parola, a rivederci in tribunale!....
(fa per andarsene).
Tomm. (fra sè) È inutile!... Non cʼè che una via per uscirne!... (richiamandolo) Signor Cavillo!....