—Non so di noi due chi sia più cane, risponde Attila con voce fremente.
—Dio! s'ha stonato tutti in questo finale!…—strilla il secondo tenore.
E la prima donna in un crocchio di coriste: s'io avessi saputo d'aver a cantare con questi cani….
E il direttore d'orchestra che è salito in quel punto sul palco scenico: «e poi i giornalisti dicono di noi!… Come s'ha a dirigere…. come si fa ad accompagnare questi cani?»
E i coristi maschi: «si beve o non si beve?… Si è mai visto uno di questi cani metter mano alla borsa? Dio!… che massa di cani!»
Ma la prima donna si è avvicinata ad un forellino del sipario, quivi condotta da un figuro in abito da borghese che le parla all'orecchio e non cessa di mormorarle delle frasi alle quali la cantante sembra interessarsi vivamente.
Forse, esplorando più oltre da quella vedetta, avremmo scoperte dell'altre stranezze; ma innanzi che l'opera finisse, l'onorevole signor Jhonnes volle andarsene dal teatro, e a me fu obbligo di cortesia il ricondurlo all'albergo.
E mentre noi, fumando uno squisitissimo avana, rifacevamo a lenti passi la corsia, un orecchiante avvinazzato ci teneva dietro, urlando a squarcia gola una sua reminiscenza dell'opera, tradotta nei versi:
«Caro padre a la madre regina
«I possenti mangiavan i figli….[1]
[1]: Il testo dice: