E Attila s'inginocchia dinanzi al papa gorgogliando le fatidiche parole:
Dinanzi ai numi
Prostrasi il re.
—Chi state donne con papo? mi chiede l'Inglese.
—Vergini romane; rispondo io.
—Se così state vergini, cossa state Roma tonne ti mondo?
Il pezzo concertato ha prodotto una certa sensazione nel pubblico…. Un silenzio solenne regna nel vasto circo—uno di quei silenzi che ordinariamente, in teatro, sono forieri dell'applauso generale.
Ma al punto culminante, quando Attila ripete per l'ultima volta l'umile protesta, un malaugurato turacciolo che si sprigiona innanzi tempo da un bottiglia di birra, balza scoppiettando dalle sedie fisse al palco scenico e va a colpire direttamente la faccia del pontefice Leone, piantandosi tra le setole della sua barba posticcia. La prima donna, il tenore, i coristi portano le mani alla bocca per dissimulare la loro ilarità; e mentre Attila, il quale non si è accorto di nulla, si prostende colla faccia alle assi del palco scenico, prorompe in una di quelle stonazioni che fanno raccapricciare la intera massa del pubblico, gli avveniristi eccettuati.
—Signor impresario! signora direzione! urla Attila balzando in piedi appena calato il sipario…. io protesto che non canterò più in un teatro…. in un teatro….
—Alto là!… non è quello il modo di trattare le mie barbe e le mie parrucche—grida il parrucchiere del teatro uscendo da una quinta.
—Con chi l'ha, quel cane…. di uno stonatore?—esclama il tenore colla sua voce di falsetto, gettando al basso uno sguardo di stizzosa ironia.