—Vedo che sei faceto!… tanto meglio; amo gli uomini di buon umore…. So che il pretore si lodava molto di te…. Ciò che mi preme è di aver in casa un uomo onesto e fedele, ed ho avuto sul tuo conto le migliori informazioni.—Quanto chiedi di salario?

—Faccia lei, signor padrone—io non voglio metter limiti alla sua generosità.

—È un furbo!—pensai io… Poi gli dissi: amo i patti chiari; la mia generosità non ha confini, ma lo stesso non si può dire delle mie rendite. Dunque, ascoltami bene. Io ti nutrirò, io ti vestirò, e alla fine di ogni mese ti darò dieci lire di stipendio. Sei contento?

—Come!… Lei si degnerebbe?… Ma io non merito tanto….

—Alla buon'ora! Vedo che l'amico Eugenio non mi ha ingannato, e che le tue pretese sono modeste. Per mia parte non esigo molto; non ho moglie, non ho famiglia. Terrai puliti gli appartamenti, mi appresterai ogni giorno un paio di piatti e una buona minestra, custodirai la casa quand'io andrò fuori…. Insomma.

—Insomma, non serve che Lei mi dica altro. La servirò come ho servito per un anno il signor pretore….

—Precisamente; non chieggo altro.

—Quando Lei crede, sono pronto ad entrare in servizio.

—A meraviglia! Va a prendere le tue valigie, se ne hai. Io ti assegnerò una camera, e questa sera istessa dormirai qui.

Gianbarba fece un inchino e se ne andò, promettendo che di là a pochi minuti sarebbe tornato.